Tecniche di catturo

Stavo preparando un post dal titolo “Tacere” dove avrei desiderato sviluppare una massima che cita “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” ma ormai l’occasione è sfumata.

È suonato il telefono: il fantasista del catturo è tornato in azione…

Tutto è cominciato quando ho avuto l’improvvida ed ingenua idea di segnare il mio numero di cellulare sul tabellone della “Vacanza di Biodanza”.

Il fantasista l’ha fatto suo…

La prima volta con un invito a cena educatamente rifiutato con motivazione “non sei il mio tipo… io ho un debole per gli uomini intelligenti e pelati…”, avrei anche potuto dire “non hai i capelli da rasta”.

La seconda volta con invio di foto della propria cucina e sottotitolo “potresti farmi vedere la tua”, messaggio a cui ho risposto con un cortese “scordatelo!”

Poi lo ho pensato smarrito… magari… anche no:  stasera mi ha prima chiamata tre volte e io non ho risposto.

Poi mi scrive un messaggio che recita: “Chiamami. Ti devo parlare con urgenza”.

Rispondo:”Non posso ho da fare”.

Risposta: “È morto il padre di Giovanni”.

E io penso “Chi è Giovanni? Forse il tipo che era a tavola con noi a capodanno?”.

Rispondo con un tombale: “Grazie”.

Messaggio di risposta del fantasista: “Ho incluso il tuo nome sulla corona funebre. Mi chiami che ne parliamo?”

Silenzio stampa.

Io sto inseguendo la conoscenza… sto cercando me stessa, il mio daimon, la mia follia… e chi ti trovo?

Un macaco, che altro?

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La freccia (e i ventagli)

Ho viaggiato molti anni avanti e indietro dal Giappone.

Era lavoro, ma ho sempre cercato il modo di “vivere” la cultura giapponese.

Ho sempre preferito alloggiare nei ryokan, laddove possibile, anziché nelle grandi strutture occidentali facendo ridere non poco i miei interlocutori giapponesi.

Ho imparato ad usare i chopsticks ed a bere il sake. A non avere freni inibitori cantando al karaoke quando ancora in Italia non si sapeva cosa fosse. Ad affrontare la metropolitana a Tokyo negli orari di punta.

Ho visitato templi e castelli ed ogni volta mi sono meravigliata di come la bellezza possa fondersi in modo così profondo con la semplicità. Ho passato ore ad osservare, incredula, l’armonia di uno “stone garden”.

Ero giovane, molto giovane e forse oggi sfrutterei meglio l’esperienza ma, si sa

La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti

Credo di avere decine di libri sullo zen, sulla cucina giapponese e persino qualche libro di poesia. Alcuni mai neanche aperti, lo confesso.

Per la mia natura femminile, giusto o sbagliato che sia, sono più vicina ad una “cerimonia del the” che all’arte della spada o dell’arco.

Ciononostante mi ritrovo sempre più spesso a pensare alla freccia ed all’arciere come metafore dell’attuale fase della mia vita. Colpa di Coelho? Boh…

Ieri ho trovato un proverbio che trovo molto “mio”.

Una volta un arciere inesperto si pose di fronte al bersaglio con due frecce nella mano.

Il maestro disse: “I principianti non dovrebbero portare con sé due frecce, perché facendo conto sulla seconda trascurano la prima. Ogni volta convinciti che raggiungerai lo scopo con una sola freccia, senza preoccuparti del successo o del fallimento”.

Intenzione ed azione pura, senza timore, perché lo scopo risiede nel volo della sola ed unica freccia e non in una seconda possibilita, tanto meno nel bersaglio.

Con calma e senza timore perché nel momento in cui svolgi l’azione hai compiuto il tuo dovere.

E la tua azione consiste solo nello scoccare la freccia.

Senza “precederla” e senza avere fretta perché ogni cosa arriva nel momento giusto.

Bisogna essere pazienti, imparare ad esserlo.

Il possibile, l’impossibile e la ricerca del sublime

Il filo logico per affrontare la mia giornata c’è, ma oggi vengono a fatica le parole con le quali collegare le “ispirazioni” che mi ballano dentro.

Possibile o impossibile fare chiarezza nel mare di sensazioni che, di solito, solo correre 7 chilometri mi procura?

Ci provo…

Secondo autorevoli testi di tecnica di aeronautica, il calabrone non può volare, a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.

Lo asserisce tale (solo perché non conoscevo e lo ho scovato nei “giringiro”) Igor Ivanovic Sikorsky, pioniere dell’aviazione che progettò uno dei primi grandi idrovolanti.

Il segreto allora è nell’ignorare i propri limiti credendosi onnipotenti oppure nella “fame” di impossibile, e quindi nei nostri sogni, che ci fa tendere costantemente all’ impossibile?

Il possibile non sarebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. (Max Weber)

E… nella ricerca del sublime, quale è l’importanza dell’ essere un “Guerriero della Luce”?

“Credo che tu lo sappia,” rispose lei sorridendo. “È colui che è capace di comprendere il miracolo della vita, di lottare fino alla fine per qualcosa in cui crede, e di sentire allora le campane che il mare fa rintoccare nel suo letto.” (P. Coelho)

Infine, quanto contano i viaggiatori che ti trovi sul cammino, coloro che ti scegli come “Compagni di viaggio”?

Bolle di parole o parole non in bolla… non lo so… comunque pensieri “impossibili”.

Cade la pioggia (Negramaro)

Scoltate adunque, acciocche, tristo o lieto,

Non ci sorprende ignari il nostro fato.

Sfuggire in pria delle Sirene il verde

Prato e la voce dilettosa ingiunge.

Vuole ch’io l’oda io sol: ma voi diritto

Me della nave all’albero legare

Con fune si, ch’io dar non possa un crollo;

E dove di slegarmi io vi pregassi

Pur con le ciglia, o comandassi,  voi

Le ritorte doppiatemi ed i lacci.

(Omero – Odissea, Libro Dodicesimo “Canto delle Sirene”)

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Piove, nevica, nuvole…

Non capisco. So solo che fa freddo e l’acqua è ovunque: nella neve putrida e gelata che occupa il mio parcheggio, nella pozzanghera vicino al marciapiede e che devo saltare acrobaticamente, nel cielo buio nonostante i miei occhiali da sole.

Mi spunteranno squame e coda… no le pinne no… perché lungi dal trasformarmi in una trota io voglio diventare una splendida sirena e ammaliare tutti col mio canto.

Smile. Buon lunedì.