PendolandoPendolandoPendolando ovvero che palle…

Sono uscita tardi. Erano ormai le diciannoveetrenta. Undici ore in ufficio bastano e avanzano. Ma per fortuna c’è ancora luce. Evviva l’ora legale che ti fa credere che le giornate siano più lunghe. E allora quasi quasi te la godi a camminare per Milano. Quanto è bella Piazza Castello all’imbrunire. Con la sua fontana. Ma perché tutti questi cinesi? Non è la Piazza Rossa. Vuoi vedere che ci hanno invaso. Oppure tentano di copiare la cotoletta. Oppure smontano il Castello pietra su pietra e se lo portano a casa. Ma quanti sono. Povera me. Con la mia borsa e il mio cappotto. Ma che caldo fa. Vuoi vedere che arriva già l’estate. Ho i piedi a pezzi. Il caldo. I tacchi. E tutti ‘sti cinesi a far fotografie. Ma non erano i giapponesi? Camminacammina. Sali e scendi dal marciapiede. La stazione. La pasticceria. La colomba. No. Buona. C’è la prova costume. L’abbonamento, piuttosto. La tessera  è scaduta da due mesi. E mezzo. Aprile. Dolce dormire. Nuovo mese. Biglietteria. Diomio coda coda coda. Perdo treno. Partito. Irrimediabilmente. Coda. Attesa. 5 minuti. 10 minuti. 15 minuti. Tocca me. Sorrido. Modulo debitamente compilato con penna nera e foto. Giusto 20 ne ho fatte oggi per sceglierne una da archivio. Faccia troppo stanca. Sabato parrucchiere. Sorrido all’addetto. Sorride. Fatta. No. Manca la copia del documento dice. Impreco sorridendo. La ringrazio. Provvedo. Erogatice automatica di biglietti. Coda coda coda. Mi metto in coda. Attesa. 5 minuti. Che culo. Biglietti. Due non si sa mai. Suona Il telefono. Il capo. Son le venti. Sarò uscita troppo presto? Faccio tutto. Nessun treno. Nessun binario. Dovrebbe partire ora. Ritardo. Mannaggia. Aum aum aum. Telefono. Rispondo. Whatsapp rispondo. Ecco il binario. Ecco il treno. Salgo. Le spalle mi fanno male. Perché le mie borse pesano sempre? Due libri. Le scarpe di scorta. Il cappotto. Sprofondo nella seggiola. Apro il tablet e scrivo. Posso sopportare tutto ma non che il controllore mi chieda l’abbonamento. Mi piacerebbe ma mancava la fotocopia del documento. Se vuoi ho il biglietto. Non me lo chiedere però. Non so dove l’ho ficcato. Tieni. Queste son le borse. Questo il cappotto. Cercalo. Io son stufa. Però sorrido. Io ce l’ho il sogno nel cassetto. Scappo a Cuba. Vedi. Ci stanno andando pure gli americani. E allora… vai con la musica.

PendolandoPendolandoPendolando…

Poesia poesia poesia…

tempo

“Il valore del tempo”

Per capire il valore di un anno:

Chiedi a uno studente che è stato bocciato all’esame finale.

Per capire il valore di un mese:

Chiedi a una madre che ha messo al mondo un bambino prematuro.

Per capire il valore di una settimana:

Chiedi all’editore di un settimanale.

Per capire il valore di un’ora:

Chiedi agli innamorati che stanno aspettando di incontrarsi.

Per capire il valore di un minuto:

Chiedi a una persona che ha perso il treno, l’autobus o l’aereo.

Per capire il valore di un secondo:

Chiedi a una persona che è sopravvissuta a un incidente.

Per capire il valore di un millisecondo:

Chiedi alla persona che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.

Il tempo non aspetta nessuno. Fai tesoro di ogni momento che hai.

Lo apprezzerai ancora di più quando potrai condividerlo con una persona speciale.

(Anonimo)

Per ora me ne voglio solo andare a casa…

Per un essere illuminato tutto è un miracolo

In realtà si ottiene un miracolo quando, levandoci i paraocchi mentali, sviluppiamo la capacità di coglierlo. Per un essere illuminato tutto è miracolo. Sa che in una semplice pietra risiede la Coscienza infinita. Sa di avere uno sguardo che dipende dal suo Io personale, e un altro sguardo che appartiene al suo Io essenziale: sa di vedere più di quello che vede, udire più di quello che ode, odorare più di quello che odora, toccare più di quello che tocca, assaporare più di quello che assapora…

(A. Jodorowsky – Cabaret mistico)

miracolo

“Miracoli”

Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell’acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo, o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d’estate si affaccendano intorno all’alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell’aria,
la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.

E’ un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.

Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano – gli scogli – il moto delle onde –
le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi ?

(W. Whitman)

Sophia

Sophia è saggezza. La saggezza sboccia nel tempio più segreto del tuo essere. Non è mai presa in prestito, non ha nulla a che vedere con il sapere, con l’informazione, non ha nulla a che fare con i testi sacri, le dottrine, i sistemi filosofici. E’ la tua esperienza personale, individuale, autentica.

(Osho)

saggezza

Lettera a Sofia

Cara la mia bambina,

non so come ma, mentre cercavo altro, mi è capitata sotto agli occhi questa bellissima frase di Osho.

Io adoro Osho e non da oggi.

Mi da speranza, libertà e risposte: quando guardo alle nuvole “penso” a lui ed ai pensieri, sempre.

E non ricordo il motivo per il quale più di vent’anni fa, in un’epoca di Valentina, Giulia e Beatrice io abbia deciso, e fortemente difeso, la scelta di chiamarti Sofia: tuo padre ti voleva chiamare Olimpia.

So di trovarti d’accordo, oggi, sulla mia battaglia vittoriosamente conclusa…

Indipendentemente dai motivi che mi ispirarono tale scelta, credo che sia il nome che più ti si addice perché nessun altro potrebbe rappresentare così bene la donna complessa e piena di vita che sei.

Se sarai Sophia oltre che Sofia sarà perché ciò che ami, ciò in cui credi, ciò che ti guida giorno per giorno lungo il sentiero della vita niente altro è che il risultato delle scelte che tu fai giorno per giorno.

E sarà ben distante da un’ educazione imposta e calata dall’alto che non ho mai saputo né voluto darti perché, per scelta o caso, ho sempre preferito l’incertezza e il cuore ad una concezione ragionata e benpensante dell’educazione e della vita, per me ma anche per te.

Giusto o sbagliato? Boh…

Sicuramente la scelta migliore anche se non la più facile, per nessuna di noi due.

Sono i fatti a dimostrarlo.

Continua così. A fare meraviglie.

stupore

Pensate se i vostri figli avessero un insegnante che da trenta pagine di Manzoni da studiare pensando: stupiscimi, dimmi che non l’hai fatto, che hai perso la notte leggendo un poeta dei Caraibi che non conosco.

Dimmi che ti sei innamorato di qualcosa. Dimmi che hai una testa, la fronte alta, la schiena dritta, dimmi che esisti!

Spesso pensiamo che il futuro siano i nostri figli, ma non è vero. I nostri figli sono troppo vicini a noi per essere il nostro futuro.

Il vero futuro sono i nostri nipoti. Ma se noi lasciamo ai nostri figli soltanto un barile da raschiare, i figli dei figli cosa faranno? se non insegneremo loro come ciascuno può riempire il proprio barile, se i ragazzi non scopriranno che ognuno ha il suo barile e  che possono riempirlo a modo loro, con quello che vogliono, allora si troveranno un barile completamente finito, vuoto.

Allora anche il nostro futuro sarà vuoto e noi avremo fallito.

Perciò vi dico: sfidiamo i nostri figli se crediamo in loro! Chiediamogli ciò che potremmo chiedere soltanto a chi riteniamo capace di farlo: chiediamogli di stupirci!

(P. Crepet – Educare oggi)

La logica dietro i bottoni delle camicie

Il problema autentico è risvegliare nell’individuo quel tanto di consapevolezza capace di generare in lui il desiderio di divenire libero, intelligente, autorealizzato e pienamente consapevole.

(Osho)

Sii cosciente! Qualunque cosa fai, falla coscientemente. E insisto: qualunque cosa fai! Non vi dico che dovete fare certe cose e non altre, no. Basta che tu sia consapevole di tutto quello che fai e, un po’ alla volta, ogni tua azione ti renderà sempre più asciutto. Imparerai ad essere distaccato, perché il distacco è una conseguenza della consapevolezza.

(Osho)

E’ nei dettagli che il diavolo nasconde la sua coda“.

Impariamo ad essere consapevoli anche dei dettagli che ci circondano perché li si nasconde la verità.

Buona lettura.

La logica dietro i bottoni delle camicie.

Sulle camicie da donna si trovano a sinistra, su quelle da uomo a destra. Questo per via dei cavalli, dei neonati e di Napoleone

Articolo tratto da “The International Post” e originariamente pubblicato in lingua inglese su “The Atlantic” (traduzione è a cura di Fernanda Pesce Blazquez)

bottoni

Le camicie e le giacche da uomo e da donna non differiscono solo in base al taglio sartoriale, ma anche in funzione di chi le indossa. Le camicie da uomo hanno i bottoni sul lato destro, mentre quelle da donna li hanno su quello sinistro.

Non è una gran novità, ma è strano: ogni giorno, milioni di persone camminano con questi piccoli promemoria della disuguaglianza di genere sul petto.

Esistono diverse teorie sul perché questa discordanza esista, ma tutte giungono alla stessa conclusione: la distinzione dei bottoni è la reliquia di una vecchia tradizione che abbiamo ereditato.

Cominciamo con le camicie da uomo: i bottoni sul lato destro, l’apertura sulla sinistra. La spiegazione più comune risiede nel fatto che gli indumenti degli uomini includevano le armi.

Siccome la maggior parte degli uomini teneva la spada con la mano destra, era molto più semplice usare la mano sinistra per sbottonarsi. Prova ne sia la ritrattistica del Diciannovesimo secolo in cui gli uomini tenevano la mano dentro i panciotti.

È possibile estendere la teoria a tempi più remoti. Come riportato nell’enciclopedia illustrata Accessories of Dress di Katherine Lester, “il ruolo di cacciatore richiedeva che l’uomo sfoderasse l’arma da sinistra a destra.”

O.K., questo spiegherebbe perché i bottoni degli uomini sono a destra. Ma perché quelli delle donne si trovano a sinistra?

Una prima teoria riguarda i neonati. Dato che moltissime donne usano principalmente la mano destra, tendono anche a tenere i loro figli con il braccio sinistro, lasciando relativamente libero quello destro.

Quindi le camicie con l’apertura sul lato destro, secondo questa teoria, sono più semplici da sbottonare e permettono alle donne di allattare più facilmente.

Un’altra teoria è quella dei cavalli. Le donne cavalcavano all’amazzone, sulla destra. Quindi, nel cucire i bottoni delle loro camicie e delle loro vesti sul lato sinistro, riducevano la quantità di vento che passava dai vestiti mentre correvano al trotto.

Un’ulteriore teoria è quella della ripicca. Gli albori dell’industrializzazione – quando le pratiche di produzione degli indumenti divennero comuni – coincisero anche con i primi movimenti per i diritti delle donne.

Secondo questa teoria, i produttori manifatturieri sfruttavano ancor di più le piccole differenze negli indumenti per enfatizzare le disparità di genere. Il posizionamento del lato dei bottoni non era in questo senso tanto una pratica, quanto piuttosto una filosofia.

Storicamente, è dovuta a Napoleone la celebre posa della mano dentro il panciotto. Pare che alcune donne si prendessero gioco dell’imperatore imitando quella posa.

Pertanto, al fine di porre fine alle prese in giro nei suoi confronti, Napoleone ordinò che le camicie delle donne si abbottonassero dal lato opposto di quelle degli uomini.

La teoria più verosimile ha a che vedere con il fatto che le donne, soprattutto quelle benestanti, non si vestissero da sole. I servi, anche loro principalmente destri, dovevano spesso aiutare le donne ricche a entrare e uscire da vesti elaborate.

Questa moda si tramandò dai ricchi ai meno benestanti e la pratica dell’allacciamento da destra a sinistra rimane ancora oggi.

Quando i bottoni divennero più semplici da fabbricare e furono applicati a tutti gli indumenti, vennero comunque cuciti sul lato sinistro, in modo da permettere alle masse d’imitare lo stile dei ricchi.

Ciononostante, la questione economica divenne presto un pretesto sessista. Nel Diciannovesimo secolo, il sessuologo Havelock Ellis usò la differenziazione dei bottoni per affermare che le donne fossero, per natura, inferiori agli uomini nelle loro capacità motorie.

Gli uomini sapevano vestirsi da soli e le donne, per farlo, avevano bisogno di assistenza.

Oggi il differente posizionamento dei bottoni è una reliquia dei tempi che furono. Eppure, il ricordo obsoleto di questo dramma sartoriale, permane tutt’ora.

Oggi American Apparel vende una particolare camicia unisex. L’orientamento dei bottoni? Maschile, da sinistra a destra.

Attraversare il mondo in consapevole leggerezza.

(G. Soriano)

Tra il caffè e il treno – 31 marzo

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“Poiché l’alba si accende”

Poiché l’alba si accende, ed ecco l’aurora,

poiché dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente

a ritornare a me che la chiamo e l’imploro,

poiché questa felicità consente ad esser mia,

facciamola finita con i pensieri funesti,

basta con i cattivi sogni, ah! soprattutto

basta con l’ironia e le labbra strette

e parole in cui uno spirito senz’anima trionfava.

e basta con quei pugni serrati e la collera

per i malvagi e gli sciocchi che s’incontrano;

basta con l’abominevole rancore! basta

con l’oblio ricercato in esecrate bevande!

Perché io voglio, ora che un Essere di luce

nella mia notte fonda ha portato il chiarore

di un amore immortale che è anche il primo

per la grazia, il sorriso e la bontà,

io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,

da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,

camminare diritto, sia per sentieri di muschio

sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;

sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita

verso la meta a cui mi spingerà il destino,

senza violenza, ne rimorsi, ne invidia:

sara questo il felice dovere in gaie lotte.

E poiché, per cullare le lentezze della via,

cantero arie ingenue, io mi dico

che lei certo mi ascoltera senza fastidio;

e non chiedo, davvero, altro Paradiso.

(P. Verlaine)