Voglia di mare

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“L’ uomo e il mare”

Sempre il mare, uomo libero, amerai!

perché il mare è il tuo specchio; tu contempli

nell’infinito svolgersi dell’onda

l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito

non meno amaro. Godi nel tuffarti

in seno alla tua immagine; l’abbracci

con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore

si distrae dal tuo suono al suon di questo

selvaggio ed indomabile lamento.

Discreti e tenebroso ambedue siete:

uomo, nessuno ha mai soldato il fondo

dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,

mare, le tue più intime ricchezze,

tanto gelosi siete d’ogni vostro

segreto. Ma da secoli infiniti

senza rimorso nè pietà lottate

fra voi, talmente grande è il vostro amore

per la strage e la morte, o lottatori

eterni, o implacabili fratelli.

(C. Baudelaire)

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Selfie

La tirannia del selfie

Giringiro per Milano. Ma io dico Milano perché io vado in giringiro a Milano… altra città probabilmente stessa cosa.
Che tu sia al passeggio o di corsa, oberata di borse perché la spesa l’hai fatta li e te la porti a casa come una lumaca, oppure leggera come una farfalla, beh… non puoi camminare senza che il tuo percorso sia interrotto dai “venditori di aste da selfie”… dapprima ti vien da pensare che il tuo aspetto o il tuo sguardo possano lasciar pensare che non puoi vivere senza l’asta da selfie, poi assumi un’aria truce per corrispondere coerentemente al “NO” secco che dici, poi passi zigzagando tra uno e l’altro. Capiamoci io non ho nulla contro i venditori di aste da selfie o di tarocchi vari. Solo non  mi serve niente di ciò è mi disturba venire importunata ogni tre metri ed ogni tre metri dover assumere un ghigno per evitare insistenze fastidiose che mi fanno perdere tempo o mi costringono ad una severita che non mi appartiene.
Non nego che un selfie ogni tanto mi diverte e mi fa ridere perché mi fa sentire scema e, come dire…, in gita di piacere… Poi ti capita di leggere un articolo così e pensi.
L’avanzata inarrestabile della moda del selfie è sintomo di un crescente narcisismo nella nostra società
di Howard Jacobson

La tirannia del selfie

Reuters

C’è un pellicano a cui sono affezionato, che vive perlopiù su una piccola isola rocciosa nel lago di St. James Park ma che ogni tanto viene a riva per socializzare con i passanti. Ha un’aria altezzosa, imperturbabile, come tutti i pellicani, ed è interessato alle persone meno di quanto le persone siano interessate a lui.

Finché non cerchi una relazione duratura, il pellicano socializza con te, passeggia un po’ con te e si siede accanto a te su una panchina.

Ma si rifiuta di diventare la figura di secondo piano del tuo selfie. Se vuoi fare una foto a lui, allora va bene, ma se vuoi farti una foto insieme a lui per semplice sfizio non te lo lascerà fare.

L’ultima volta che l’ho visto era di cattivo umore. Faceva rumore con le posate di plastica per insalata che utilizza per catturare i pesci, minacciando di mordere chiunque si avvicinasse troppo, per poi tornare in acqua, nonostante avesse chiaramente voglia di starne fuori per un po’.

Tutto ciò perché una turista si era messa di fianco a lui e aveva tirato fuori un bastone con in cima uno smartphone. C’era lei, raggiante nel suo obiettivo a distanza, e c’era lui, che doveva fungere da elemento di contorno.

Aveva ragione a sentirsi offeso. Un bastone per i selfie, come implica il nome stesso, è uno strumento nelle mani degli egocentrici, un parafulmine del narcisismo, che funge da ponte di collegamento tra la persona che si fa la foto e il dispositivo che la scatta, escludendo tutto il resto.

Si cerca sempre di evitare di invadere il campo del fotografo di turno, anche se ciò significa a volte aspettare per mezz’ora su un ponte stretto, in attesa che colga l’immagine perfetta.

Ma chi oserebbe mai entrare nel campo visivo controllato da un bastone per i selfie? Piuttosto camminerei tra due innamorati che si baciano.

La stessa idea di un bastone per i selfie possiede alcuni paradossi, non ultimo l’illogicità di aggiungere ingombranti attrezzature fotografiche a un dispositivo la cui virtù principale risiede nell’essere molto leggero e abbastanza piccolo da stare in un taschino.

Dopo il bastone da selfie, che ne diresti di un treppiedi, un insieme di luci da studio, e un kit di riflettori? Quanto tempo trascorrerà prima di non poter più andare in vacanza senza un assistente fotografico che trasporti il nostro armamentario da smartphone al posto nostro? Più si va avanti, più si cade in basso.

Per evitare che urtino e facciano cadere vasi della dinastia Ming, o che buchino un quadro post impressionista, i bastoni da selfie sono stati messi al bando da gallerie d’arte e musei.

Bene. Adesso vietiamoli nei parchi per evitare che venga lesa la dignità dei pellicani. Ma il bastone è una questione secondaria. È il concetto stesso del selfie che dovrebbe preoccuparci.

Siamo narcisisti in ogni angolo delle nostre vite, affascinati dal pensiero più banale che avanza nel nostro cervello; lo postiamo per i nostri amici, comunichiamo ogni fitta di sentimento, ogni impulso passeggero, diciamo a gente che non conosciamo a che punto siamo arrivati di libri di cui non hanno mai sentito parlare.

Sono stato in gruppi di lettura in cui i partecipanti discutono su chi sono e su cosa pensano, e vanno via, dopo essersi abbuffati di cottage pie e aver bevuto vino, convinti di aver compiuto un viaggio nella mente di uno scrittore, anche se non hanno – neanche per un singolo secondo – lasciato la loro.

Il “sé” è un’entità che si atrofizza facilmente. In assenza di disaccordo e sfida cadiamo in schemi di omologazione mentale, credendo ciò che gli altri credono, vestendoci, provando sentimenti, e pensando allo stesso modo, temendo ciò che è diverso da noi, sicuri solo in compagnia di persone che scattano le stesse fotografie alle stesse facce con le stesse macchine fotografiche, finché, alla fine, tutta la vita diventa un grande indistinguibile selfie.

(Howard Jacobson è un giornalista, editorialista e conduttore televisivo britannico. Ha scritto questo testo per la rubrica radiofonica “A point of view” del network britannico Bbc. Traduzione a cura di Anna Ditta)

Ho riletto 5  volte l’ultimo paragrafo mentre ero in treno con le orecchie piene delle voci delle impiegate disperate del regionale delle 18.10… e lo trovo di una sconcertante lucidità.

Non so voi che leggete.

Guaria cosa riesce a fare un’asta da selfie…

Sempre a causa del mal di piedi…

scarpe

Pranzo poi torni in ufficio presto e ti “arripigli” Marguerite e i tuoi appunti… giusto col caffè… giusto per non metterti subito ad incrementare il Pil (decrescita felice!)… giusto perché la voglia è poca ma soprattutto… giusto per sfilarti le scarpe turchese che ti hanno martoriato il piede ma sono uno spettacolo e…

L’incivilimento dei costumi, il progresso delle idee durante l’ultimo secolo è opera di una minoranza esigua di spiriti illuminati; la massa resta ignara, feroce e quando può, sempre egoista e gretta, e si può scommettere fondatamente che tale resterà sempre.

(M. Yourcenar)

allora chiudi il libro e ti avvii alla macchina delle merendine.

A piedi scalzi nel corridoio.

Occorre qualche cosa di buono per arrivare a sera.

Smile.

Thinking out loud

And suddenly one day you will start dancing, singing, celebrating. One day suddenly you will start laughing. What were you seeking? You were seeking yourself. How can you seek yourself? You are already that.

(Osho)

armonian

Principio della risonanza

Due cose simili si attirano e si amplificano. Due cose differenti si respingono.

Il proprio comportamento determina ciò che siamo: la negatività attrae negatività e oscurità. Ma se i nostri pensieri predominanti cambiano di “vibrazione”, se abbiamo pensieri sempre più fiduciosi, positivi ed ottimisti, se siamo in grado di abbandonarci al Piano Divino, poiché tutto ha un senso, aprendoci a ciò che è bello, elevato, armonioso, questo diventerà la nostra realtà, attirandola sempre più nel quotidiano. Bisogna imparare a pensare senza condizionamenti e pensare il meglio perché solo cosi il meglio si produrrà. E’ vera fede e fa miracoli.

 

Marguerite Yourcenar

bancone In virtù di cosa, se non del caso capriccioso, ti sei messa Memorie di Adriano nella borsa stamattina?

E perché ti metti a sfogliarlo e guardi gli appunti mentre bevi il caffè e la gente ti cammina davanti?

Forse il mal di piedi… ma devi andare in ufficio…

Il caso…

Noi abbiamo una sola vita: se anche avessi fortuna, se anche raggiungessi la gloria, di certo sentirei di aver perduto la mia, se per un solo giorno smettessi di contemplare l’universo.

Sopravverranno le catastrofi e le rovine: trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine.

(Memorie di Adriano)

Milano sopravviverà al Salone del Mobile e ad Expo? Boh…

Noi teniamo lo sguardo al cielo: negli occhi avremo il sole di giorno e la luce delle stelle di notte. E se piove? Vabbè la pioggia lava via le lacrime…

C’ est la vie

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La felicità in fondo e una cosa molto semplice perché basta infilarsi:

un paio di scarpe tacco 16 di coccodrillo (finto) color turchese,

un vestito corto e giallo come il sole,

una collana con le libellule,

un paio di improbabili orecchini.

Poi, sali su un treno pieno di pendolari assonnati che ti schiacciano in piedi (che già ti fanno male perché le scarpe son nuove…) ma tu stoicamente resisti.

Ti infili la musica di Fresu nelle orecchie.

Guardi fuori dal finestrino.

Lasci che il mondo scorra e che il treno ti porti alla prossima fermata.

La gente sale e scende, ti si siede vicino.

Alcuni sorridono e altri sono intignati.

Alcuni parlano troppo e altri russano facendo le bolle.

Tu rimani nella tua bolla prossemica sperando che il prossimo che ti si siede accanto sia il più strafigo dell’universo, ben sapendo che capita una sola volta nella vita ed è già successo… game over, va bene cosi.

Hai una giornata davanti: alcuni romperanno le palle mentre con altri riderai a crepapelle.

E quello che conta e l’ultima cosa.

C’est la vie.

Tra il caffè e il treno – 14 aprile

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È un destino comune, lo sai: tutto ciò  che vive deve morire, passando per via di natura all’eternità.

(W. Shakespeare – Amleto)

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Se la mia sorte vuole che io diventi re, ebbene: la sorte mi può incoronare senza che io muova un dito.

(W. Shakespeare – Macbeth)

So, please relax everybody dance and enjoy life.

Ho perso l’abbonamento del treno.

Avrei potuto fare un annuale e avrei speso meno.

Smile.