Parole nella notte

albero vita

“Il gioco degli dei”

Gli dei lanciano i dadi ma non domandano se vogliamo partecipare al gioco.

Non vogliono sapere se hai lasciato un uomo, una casa, un lavoro, una carriera, un sogno.

Gli dei non badano al fatto che tu vuoi avere una vita in cui ogni cosa sia al proprio posto,

in cui ogni desiderio si possa esaudire con il lavoro e la portinaia.

Gli dei non tengono conto dei nostri piani e delle nostre speranze.

In qualche luogo dell’universo, loro lanciano i dadi e, casualmente, vieni scelto tu.

D’acqua momento in poi, vincere o perdere è solo questione di opportunità.

Gli dei lanciano i dadi e liberano l’amore dalla sua gabbia.

Questa forza può creare o distruggere, a seconda della direzione in cui soffiava il vento

nel momento in cui si è liberata dalla prigione. L’amore può condurci all’inferno o in paradiso,

comunque ci porta sempre in qualche luogo. È necessario accettarlo, perché esso

è ciò che alimenta la mostra esistenza.

Se non lo accettiamo, moriremo di fame pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti:

non avremo il coraggio di tendere la mano e di cogliere.

E necessario ricercare l’amore la dove si trova, anche se ciò potrebbe significare ore,

Giorni, settimane di delusione e di tristezza. Perché nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore,

anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva. E nell’amore non esistono regole.

Possiamo tentare di seguire dei manuali, di controllare il cuore, di avere una strategia di comportamento.

Ma sono tutte cose insignificanti. Decide il cuore.

E quando decide è ciò che conta.

(P. Coelho)

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Riflessioni e basta

Chi ha avuto la fortuna di incontrare l’amore, faccia di tutto per mantenerlo vivo, perché l’amore non invecchia. E chi non l’ha incontrato, apra il cuore alla speranza, poiché la vita è sempre una speranza d’amore.

(N. Abbagnano)

cuore 1

Non ti arrendere mai. Di solito è l’ultima chiave del mazzo quella che apre la porta.

(P. Coelho)

… e poi questo…

armonia2

“Quando un uomo e una donna diventano uno”

Ho coperto i miei occhi
con la polvere della tristezza,
finché entrambi furono un mare colmo di perle.
Tutte le lacrime che noi creature versiamo per lui
non sono lacrime,come pensano molti, ma perle…..
Mi lamento dell’anima con l’anima,
ma non per lamentrmi: dico solo le cose come stanno.
Il cuore mi dice che è angosciato per lui
ma io non posso che ridere di questi torti immaginari.
Sii giusta, tu che sei la gloria del giusto.
Tu, anima, libera dal “noi” e dall'”io”,
spirito sottile in ogni uomo e donna.
Quando un uomo e una donna diventano uno,
quell’uno sei tu.
E quando quell’uno è cancellato, tu sei.
Dove sono questo “noi” e questo “io”?
A lato dell’amato.
Tu hai fatto questo “noi” e questo “io”
perché tu potessi giocare
al gioco del corteggiamento con te stesso,
affinché tutti i “tu” e gli “io” diventino un’anima sola
e infine anneghino nell’amato.
Tutto ciò è vero. Vieni!
Tu che sei la parola creatrice: Sii.
Tu, al di là di qualunque descrizione.
E’ possibile per l’occhio fisico vederti?
Può il pensiero comprendere il tuo riso o la tua pena?
Dimmi, è possibile vederti?
Soltanto di cose in prestito vive questo cuore.
Il giardino d’amore è infinitamente verde
e dà molti frutti oltre alla gioia e al dolore.
L’amore è al di là di entrambe le condizioni.
Senza primavera, senza autunno, è sempre nuovo.

(Rumi)

Cerco una poesia (perché sta bene in questo momento) e ti trovo questo…

…l’elogio di Ulisse a Nausicaa quando la ringrazia di ciò che lei fa per lui.

Ti diano poi gli dèi tutto ciò che il tuo cuore desidera,
un marito e una casa, concedano la concordia
preziosa, perché non v’è bene migliore o più degno di questo,
quando un uomo e una donna concordi nei loro pensieri
governano la casa; gran dispiacere ai nemici,
gioia agli amici; e ne hanno essi stessi un’ottima fama”.
(Odissea VI – vv. 180 – 185)

armonia

Le ragazze skater di Kabul

Alcune bambine afghane hanno deciso di sfidare i divieti della società sugli skateboard, grazie a una Ong che promuove la loro crescita ed educazione.

(Tratto da The Post Internazionale – di Vittoria Vardanega)

Skateistan è un’organizzazione non governativa di Kabul, nata nel 2007, che si occupa di insegnare ai bambini ad andare sullo skate. Il fondatore Oliver Percovich, skateboarder australiano, voleva “creare un luogo di contatto tra i bambini e le bambine, indipendentemente dalla loro estrazione sociale, dalla loro etnia o dalla loro età.”

Più della metà degli studenti sono bambini che lavorano in strada, e oltre il 40 per cento sono femmine. Ed è proprio per le bambine che andare sullo skate può diventare fondamentale, promuovendo la loro crescita ed educazione.

In molte comunità afghane, alle donne è vietato guidare la bicicletta. Lo skateboard rappresenta quindi un mezzo alternativo per fare attività fisica e prendere coscienza delle proprie capacità, oltre che un’occasione per incontrare i propri coetanei e divertirsi, come testimoniano le foto scattate da Jessica Fulford-Dobson. 

Il suo reportage, intitolato Skate Girls of Kabul, è espressione di libertà, uguaglianza e progresso. “Con i loro skateboard in mano, le bambine in queste foto rappresentano tutte le ragazze del mondo che vogliono un’educazione e la libertà di fare sport”, ha detto Jessica.

Nel settembre del 2012 quattro membri dell’organizzazione Skateistan sono rimasti uccisi in un attacco suicida contro una struttura della Nato a Kabul, ma la tragedia non ha fermato né Oliver né le ragazze afghane, che continuano a sfidare i pregiudizi della società con i loro skateboard.

Ascolto, rifletto e cerco di imparare… non sempre riesco. Ovvero Santippe

Santippe

Santippe, bisbetica o vittima?
Confesso tutta la mia ignoranza e quindi sono andata in rete e mi sono messa a cercare informazioni sulla povera Santippe. Dunque, riporto per intero un articolo scritto dal prof. Giovanni Reale, storico della filosofia (a lungo ordinario di Storia della Filosofia Antica all’Università Cattolica di Milano, dove ha anche fondato il «Centro di Ricerche di Metafisica», e dal 2005 docente alla nuova facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano), incentrato sulla figura della moglie di Socrate e pubblicato sul “Sole 24 Ore” del 15 luglio 2001.
L’unica riflessione che mi viene è che forse, la figura della donna sia stata solo enfatizzata nei suoi difetti per esaltare le virtù del marito o per ragioni di “propaganda”. Storicamente strumentalizzata, un pochino…
Per cui, visto che imparo, faccio un passo in avanti e mi dico che la considerazione importante, forse, è quella finale.
Non si finisce mai di imparare.
Santippe è stata considerata non solo nell’antichità, ma anche nelle epoche successive, come un esempio paradigmatico della donna non solo fastidiosa, ma addirittura insopportabile.
Tuttavia va subito detto che noi la conosciamo non per se stessa, ma solo come moglie di Socrate, dell’eroe dell’ironia dialettica e della maieutica. Si pone allora il problema: è corretto che ci limitiamo a intenderla solo come una controfigura drammaturgica del filosofo per eccellenza, come ci è stata tramandata dalla tradizione? (…) Per rispondere alla domanda posta, dobbiamo renderci prima conto del come e perché la figura di Santippe è stata costruita così come ci è pervenuta. E in primo luogo dobbiamo affrontare la questione circa le presunte due mogli che Socrate avrebbe avuto.
Tutti gli autori che ci tramandano questa notizia dipendono direttamente o indirettamente da un’opera perduta attribuita ad Aristotele, Sulla nobiltà. Ma la tesi non è credibile. Infatti, l’opera di Aristotele non solo non ci è giunta, ma qualcuno già nell’antichità ha sollevato dubbi sulla sua autenticità. In effetti, contraddice quanto sappiamo dai contemporanei, e in particolare da Platone e da Senofonte. Per di più, la notizia stessa ha subìto tutte le possibili variazioni, che conviene ricordare: a) Socrate ha sposato prima Mirto e poi Santippe; b) ha sposato prima Santippe e poi Mirto; c) ha avuto a un tempo Santippe e Mirto come mogli; d) ha avuto Santippe come moglie e Mirto come concubina; e) ha avuto Mirto come moglie e Santippe come concubina.Di queste tesi l’unica che potrebbe venir presa in considerazione sarebbe la prima, ossia che Socrate avesse, da giovane, sposato Mirto e, dopo la morte di questa, Santippe. Ma anche questa tesi è contraddetta dal fatto che nel 423 a.C. Aristotele non presenta affatto Socrate come sposato. Va poi rilevato che Socrate nel 423 a.C. non poteva in ogni caso avere figli, in quanto, alla sua morte, ossia nel 399 a.C. (quando aveva ormai settant’anni), il più vecchio dei suoi figli era un ragazzo (aveva meno di vent’anni), mentre gli altri due erano bambini (l’ultimo doveva essere nato da non molto, in quanto veniva portato ancora in braccio). Da questo si può ricavare con certezza che Socrate si era sposato solo in tarda età, e precisamente quando era nei suoi anni cinquanta (fra i 50 e i 55 anni).
Se avesse avuto due mogli, i comici avrebbero certamente tratto debiti spunti, particolarmente idonei a muovere le risa; e se anche per ipotesi fosse stato considerato legale avere due mogli, i poeti comici non avrebbero certamente mancato di presentarle in rissa fra loro e lui in rissa con le mogli, cosa che, certamente, avrebbe fatto sbellicare dalle risa gli spettatori. Dunque, la tesi della bigamia di Socrate è una leggenda che è stata creata per ragioni polemiche e a scopo di diffamazione (probabilmente a partire da Aristosseno), e che si è diffusa soprattutto nella tarda antichità.
Leggiamo, come esempio particolarmente significativo di avversione a Socrate (con le connesse notizie confuse), alcuni frammenti pervenutici della Storia della filosofia di Porfirio. Egli giudicava Socrate “non privo di doti naturali, ma ignorante in tutto”; affermava che non sapeva scrivere e che faticava a leggere, e affermava: “In ciò che riguarda la vita, Socrate è stato per il resto di facile contentatura e bisognoso di pochi mezzi per le necessità quotidiane, ma era troppo ardente nella fruizione dei piaceri sessuali, senza tuttavia che ci fosse ingiustizia: infatti, frequentava soltanto o le donne da lui sposate o quelle pubbliche. Ebbe perciò al tempo stesso due mogli, Santippe, una cittadina e piuttosto ordinaria, e Mirto, figlia di Lisimaco e nipote di Aristide. E prese Santippe che coabitava con lui, dalla quale gli nacque Lamprocle; Mirto, invece, con matrimonio legittimo, dalla quale ebbe Sofronisco e Menesseno. Esse (Santippe e Mirto), attaccando battaglia l’una contro l’altra, quando cessavano, si scagliavano contro Socrate perché egli non le tratteneva mai mentre battagliavano e rideva vedendole litigare sia tra loro che con lui”.
Ma tutto questo viene smentito dai contemporanei di Socrate stesso, con alla testa Platone e Senofonte, che parlano della sola Santippe come sua moglie.
Platone ci informa dettagliatamente sull’età dei figli di Socrate al momento della sua morte; invece su Santippe ci fornisce solo indicazioni piuttosto generiche, vagamente allusive al suo particolare carattere, che doveva averla resa ben nota. Invece Senofonte ci fornisce notizie più precise. In particolare nei Memorabili ci narra di un colloquio di Socrate con il figlio maggiore, Lamprocle, il quale si lamentava proprio del carattere insopportabile della madre Santippe, giungendo addirittura ad affermare: “Nessuno potrebbe sopportare l’asprezza del suo carattere”; e ancora: “Dice certe cose che non si vorrebbero ascoltare per niente al mondo!”.Sempre Senofonte nel Simposio ci fornisce un giudizio su Santippe dato dal filosofo Antistene: “Perché, Socrate… non istruisci Santippe, ma te ne stai con una donna la più fastidiosa, credo, di quelle che sono, furono e saranno? “.
Un giudizio del genere in bocca a un personaggio come Antistene può ben spiegarsi nel suo estremismo, a motivo dell’atteggiamento misogino che gli era proprio. In effetti, tale atteggiamento antifemminista sarà, poi, tipico dei Cinici. Ma, per quanto possa venire attenuato e ridimensionato, il giudizio risulta corrispondere, nella sostanza, a quello espresso dal figlio Lamprocle, e dunque contiene qualcosa di vero, almeno in certa misura.Da queste notizie ha preso le mosse la successiva tradizione, che ha via via ribadito il giudizio di Antistene, creando vari esempi, per illustrarlo e convalidarlo in modo concreto con colorite immagini.Diogene Laerzio raccoglie la serie più significativa delle scenette fra Socrate e Santippe, diventate proverbiali, di cui ricorderemo due particolari. Ecco la più nota: “Una volta Santippe prima l’ingiuriò, poi gli versò addosso l’acqua”; egli commentò: “Non dicevo che il tuono di Santippe sarebbe finito in pioggia?”. Ed ecco la seconda: “Una volta in pieno mercato Santippe gli strappò il mantello: i suoi amici lo incitavano a menare le mani per punirla. Sì, per Zeus — disse — perché, mentre noi facciamo pugilato, ciascuno di voi faccia il tifo: “Forza Socrate!” “Brava Santippe!””.
Da tempo gli studiosi hanno individuato nelle accentuazioni del carattere di Santippe, che si riscontrarono nelle varie fonti, le seguenti importanti componenti:
a) in primo luogo, ha giocato un certo ruolo l’avversione cinica alle donne;
b) in secondo luogo, la funzione svolta da Santippe in certe scenette divenute proverbiali risulta essere prevalentemente quella di una controfigura drammaturgica mediante la quale vengono evidenziate alcune caratteristiche di Socrate;
c) in certi casi Santippe svolge la sola funzione di provocare un giudizio o un motto di particolare efficacia da parte di Socrate;
d) in quarto luogo, gli Stoici hanno fatto uso del rapporto fra Socrate e Santippe al fine di illustrare in modo efficace con esempi pratici il comportamento che deve assumere il saggio nei confronti di persone abiette.
Ecco la più eloquente testimonianza: essendo stato chiesto a Socrate quali sono gli uomini che si pentono, rispose: “Coloro che si sposano”.
Ed ecco come in età moderna Nietzsche ha ripreso questo giudizio nella Genealogia della morale, dove dice che il filosofo non deve in alcun modo sposarsi e che Socrate ha sposato Santippe proprio per dimostrare, con ironia, ciò che il filosofo non deve fare: “Ogni animale, e quindi anche la bête philosophe, tende istintivamente a un optimum di condizioni favorevoli, date le quali può scatenare completamente la sua forza attingendo il suo maximum nel sentimento di potenza. Altrettanto istintivamente, e con una finezza di fiuto che è “superiore a ogni ragione”, qualsiasi animale ha in orrore ogni sorta di guastafeste e di impedimenti che gli intralcino o gli possano intralciare questo cammino verso l’optimum…. Allo stesso modo il filosofo ha in orrore il matrimonio, unitamente a tutto quanto potrebbe persuaderlo a esso — il matrimonio come ostacolo e calamità sul suo cammino verso l’optimum. Quale grande filosofo è stato fino a oggi sposato? Eraclito, Platone, Cartesio, Spinosa, Leibniz, Kant e Schopenhauer non lo furono, e più ancora: non li possiamo neppure pensare sposati. Un filosofo sposato appartiene alla commedia, questa è la mia tesi: e quell’eccezione di Socrate — il malizioso Socrate sembra che si sia sposato ironice, proprio per dimostrare questa tesi”.Solo Alfredo Panzini, per quanto mi risulta, ha tentato nel suo romanzo intitolato appunto Santippe, del 1941 (purtroppo oggi dimenticato), di interpretare la figura e la vita di quella donna, sia pure in forma fantastico-poetica. Finge di aver scoperto questa figura di donna come rivelata dalle tracce di una prima scrittura dietro una seconda scrittura in un codice antico (in un palinsesto) che parlava di Socrate. E dice che si trattava proprio di quella figura che mancava nel numero cospicuo di straordinari modelli di donna ideati dai Greci — da Elena ad Aspasia, a Penelope, a Clitennestra e ad Antigone —: “Mi pareva ben possibile che i Greci avessero tralasciato di consegnare all’umanità uno dei modelli più comuni, come quello che anche oggi va sotto la denominazione di Santippe, quello della mala femmina rossa di pelo, la tormentatrice dell’eroe”. Ma Panzini subito precisa: “Ah, si! Noi abbiamo fatto una grande scoperta viaggiando per la necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto la infelice Santippe”.
Quella di Panzini è davvero una scoperta, proprio come lui dice, che ciascuno di noi dovrebbe cercare di prendere in seria considerazione: come poteva vivere una donna come moglie di quell’eroe che incarnava l’ironia ambigua e ambivalente, che sottoponeva tutti quanti alla prova mediante la dialettica confutatoria al fine di ricercare il vero, che viveva tutto il giorno e più giorni di seguito fuori di casa pensando agli altri, e che, per giunta, nei confronti di qualsiasi evento — dai più piccoli ai più grandi, dalle ingiurie della moglie alla morte — rimaneva del tutto imperturbabile?
Panzini ha ragione anche nelle conclusioni che trae, ossia che quella Santippe, pur con le sue strida, amava quel marito (così come quel marito amava quella moglie). E con la sua fantasia poetica ce lo dice nel modo che segue. Santippe, dopo la morte del marito, si recò a Delfi per consultare il dio Apollo, dal cui responso mediante l’oracolo era iniziata la missione di Socrate. Ma il dio non c’era più, e trovò solo un enorme macigno con la scritta “Conosci te stesso”, che Socrate portò tutta la vita sulle sue spalle e ne fu schiacciato. E dopo Socrate — scrive Panzini — verrà Cristo e rimarrà schiacciato, e altri verranno nei secoli, attratti dal fascino del divino enigma che era scolpito sul quel macigno…. E rimarranno schiacciati!.
Ecco come termina la storia. Mentre una sera Santippe sta preparando una misera cena, muovendo uno staccio sul tagliere, ammonisce i tre figli di guardarsi bene dal fare ciò che aveva fatto il loro padre. Guai a voi — dice — se vi mettete in mente di occuparvi della “virtù”, della “sapienza”, dell’”autodominio”, del “che cos’è delle cose”. Perché fate questo — precisa — “vi sbatto questo setaccio su la testa e ve ne faccio una berretta”. Ed ecco il bel tocco poetico conclusivo di Panzini: “E la notte è venuta. / Ma di chi è il suono dei vecchi sandali? Di chi è quella voce armoniosa ed ironica? / Chi è? / E Santippe balza sul giaciglio: un soffio come di un bacio si posa sui rossi capelli, biancheggianti ormai, un ardore come di lacrime cadenti, e una voce risponde e mormora: — È Socrate, tuo marito…”.

Arcano XIII (Senza nome – La Morte)

Qui è tutta da vedere…

Ho tirato di nuovo “La Morte” e quindi, voilà.. in tutto il suo splendore. Per chi lo sa vedere.

no name

Non tremare, non avere paura, rallegrati! La vita, sia pure irreale ed effimera, rivela la sua maggior bellezza. Dandomi il tuo sguardo capirai finalmente quale miracolo sia essere vivi. Il tuo essere divino e impersonale non posso divorarlo. Inghiotto soltanto l’ ego.

Tra Il caffè ed il treno – 20 aprile

Oggi la mia mamma e il mio papà compiono 52 anni di matrimonio….

AUGURI

Vabbè, finito con Hesse ricomincio con Hesse.

sorriso

“Sull’ Amore”

Si chiama Amore ogni superiorità,

ogni capacità di comprensione,

ogni capacità di sorridere nel dolore.

Amore per noi stessi e per il nostro destino,

affettuosa adesione ciò che l’Imperscrutabile

vuole fare di noi anche quando

non siamo ancora in grado di vederlo

e di comprenderlo –

questo è ciò a cui tendiamo.

(H. Hesse)