Parole nella notte

tacere

“Non ti ho detto”

Non ti ho detto

Di non sfuggire a me

Mi troverai come una sorgente

Ovunque vai in quel miraggio

Persino se mi abbandoni

Con rabbia per centomila anni

Alla fine ritornerai

Visto che sono la tua casa finale.

Non ti ho detto

Di non essere ingannato con

I lustrini della vita

Io sono la tua realizzazione finale.

Non ti ho detto

Che sono il mare e tu sei il pesce piccolo

Meglio che rimani con me

Di non avventurarti sulle sponde secche.

Non ti ho detto

Di non andare verso la trappola

Come l’uccello allettato dall’esca.

Ritorna da me, sono la tua forza illimitata.

Non ti ho detto

Altri spegneranno il tuo fuoco.

Rimani con me che ti metterò

In fiamme e scalderò la tua anima.

Non ti ho detto

Altri ti deluderanno

Perderai la fonte

Di conforto che ti ho trovato.

Se sei illuminato tramite

La lanterna del tuo cuore

Guidandoti verso la casa di Dio

Guardami,

potrei essere la strada.

(Rumi)

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C’è bisogno di Fantasia…

FARE SOLDI VENDENDO LA CACCA

Cresce la domanda di letame biologico, maturato con metodi antichi. Si trova da Eataly
(Pubblicato su The Post Internazionale)
Fare soldi vendendo la cacca

“Un giorno mi sono svegliato e ho pensato che la mia era una vita di merda. Abitavo in un appartamento di merda, nel quartiere più merdoso di una città di merda. Quella mattina ho capito due cose: avevo un disperato bisogno di cambiar vita ed era evidente che avessi un particolare talento per la merda”.

A Federico Lodolini, Riccardo Mercati e Alan Dindo (i primi due di professione brand strategist, il terzo fa ilcreative director), è bastato questo semplice pensiero per trasformare il loro talento in un vero è proprio business.

Il letame biologico, dalla marca eloquente “Real Shit è reperibile sui raffinati scaffali (nei pressi della toilette, neanche a farlo apposta) di Eataly, nota catena alimentare di prodotti organici.

Ma questa non è cacca come tutte le altre. Ogni barattolo, che viene venduto al pubblico al prezzo di otto euro e novanta centesimi, contiene settecentocinquanta grammi di letame di mucche e galline da allevamenti scelti, invecchiato nove mesi.

È il prodotto ideale per fertilizzare le piante di città. Ma come è venuta in mente questa idea ai fondatori?

“Il nostro concime è 100 per cento letame, maturato secondo i metodi dell’antica tradizione contadina e inscatolato a mano in barattoli di cartone alla portata dei “contadini del terzo piano”, spiegano i fondatori.

“Ci siamo detti: perché un ragazzo che ha qualche pianta aromatica o da orto in casa o sul balcone non può usare il letame per fertilizzarle? Perché è costretto a utilizzare i concimi di sintesi o a non usarne di nessun tipo? Perché viene tenuto all’oscuro di questo segreto contadino? Allora ci siamo attivati per riuscire a ottenere il miglior letame in circolazione e per portarlo nella casa di quel ragazzo.”

Di sicuro l’idea è ironica e originale, ma anche fruttuosa.

“Negli ultimi anni, l’orticoltura hobbistica ha registrato una forte crescita, che pone le basi su tre bisogni principali: riscoprire un rapporto autentico con il cibo, recuperare i valori della tradizione contadina, rendersi il più possibile autosufficienti.”, raccontano i fondatori a The Post Internazionale, “si stima che in Italia il numero di urban farmers sia cinque milioni. Un numero alto e in crescita. Non si tratta solo di un trend passeggero, ma di un vero e proprio fenomeno culturale.”

Numeri da capogiro insomma, basati sul bisogno di tornare alle origini, sfruttando anche il letame, che da materiale di rifiuto per eccellenza, sta diventando oggetto di una domanda in costante crescita.

La natura biologica del prodotto sembra faccia la differenza: “I letami non sono tutti uguali. Appena ci siamo resi conto di questo abbiamo cercato di ottenere il miglior prodotto possibile”, precisano i fondatori, per i quali il successo del letame biologico è strettamente collegato alla richiesta crescente di prodotti bio.

La materia prima proviene da allevamenti non industriali e la maturazione è fatta nel rispetto dell’antica tradizione contadina dei “cumuli di letame”: il letame viene lasciato maturare nove mesi, durante i quali viene ribaltato almeno sette volte.

Real Shit è destinata a crescere in futuro, andando a competere con quei concorrenti che producono concimi chimici: “Il nostro obiettivo è creare una piattaforma di prodotti, in linea con la filosofia che abbracciamo, in mercati diversi rispetto a quello attuale. La grande ambizione di Real Shit è di arrivare nella Grande distribuzione organizzata (Gdo), in modo poter diventare una concreta alternativa ai concimi di sintesi.”

“Chi ha la possibilità di andare a prendere il suo letame maturo in campagna non ha bisogno di noi. Per quelli che non possono c’è Real Shit.”

Dentro questa geniale idea c’è la dimostrazione che quando si hanno capacità e intraprendenza, si può vendere di tutto.

dono

Lo so che non azzecca nulla e non sono sicura del motivo ispiratore o dello strano gioco del destino per il quale mi è capitato sotto agli occhi l’articolo sopra.

Io lo trovo estremamente divertente e sono fermamente convinta che in questo mondo spesso grigio, meriti un applauso chi usa la fantasia e l’ironia per attribuire valore anche a ciò che apparentemente non ha.

La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà.

(M. Bakunin)

Gli scherzi dello chef Roberto

Un attimo di tregua.

Relax.

Credo che oggi lo chef Roberto abbia messo dei funghi allucinogeni negli gnocchi alla fiorentina… oppure la grotta della Cornabusa mi ha fatto uno strano e benefico effetto… oppure è l’aria magica di questo posto che inebria e fa perdere il controllo come neanche una bottiglia di Malvasia piacentina (quello mi piace…)… oppure sono i fanghi che penetrano attraverso la cute e risalgono vie nascoste per ottundere la Ragione e liberare l’Anima e ahimè… ormai lo so, ho l’anima di una felice buffona che danza e che balla.

Oppure niente, sono io che sono così e non cambio… karma. Perché il proprio daimon è il proprio daimon: tu lo puoi nascondere sotto strati di altre “cose”, frustrazioni, dolori, lacrime, regole, ruoli, maschere ma alla fine viene fuori.

E il mio è quello di una buffona felice. Sbirulino? Boh…

La felicità, comunque, è una strana cosa che ti vien da dentro e ti esplode negli occhi e sulla bocca semplicemente se trova una via, una vena dalla quale risalire dal profondo del tuo essere.

Forse bisogna arrivare ad essere dei rabdomanti della felicità per riuscire a scovarla nelle profondità del nostro animo.

Ma quando la felicità ha trovato la via, diventa una sorgente: ci saranno dei momento nei quali ci sarà poca acqua e dei momenti nei quali sarà troppa ma la strada è aperta.

E vicino alle sorgenti la vita fiorisce, anche se attorno si stende il deserto.

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La vita non è altro che un’ombra vagante:

un povero attore

che si pavoneggia

e si agita per la sua ora

sul palcoscenico,

e poi tace;

è un racconto recitato

da un idiota

gonfio di suono e di furia

che non significa nulla.

(W. Shakespeare – “Macbeth”)

Sogno e Realtà

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“Sogno e realtà”

Com’è cieco colui che immagina

e progetta qualcosa

fino ai più realistici dettagli.

e quando non riesce a darne conto interamente

con misure superficiali e prove verbali,

crede che la sua idea

e la sua fantasia siano vanità!

Se invece riflettesse con sincerità,

si convincerebbe che la sua idea è reale

tanto quanto l’uccello in volo,

solo che non è ancora cristallizzata;

e capirà che l’idea è un segmento di conoscenza

ancora inesplicabile in cifre e parole,

poichè troppo alta e troppo vasta

per essere imprigionata

nel momento presente;

ancora troppo profondamente immersa

nello spirituale

per piegarsi al reale.

(K. Gibran)

Inno alla Perla

INNO ALLA PERLA

(documento gnostico originale del secondo secolo d.c.)

Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato, i miei genitori mi mandarono dall’oriente, nostra patria, con le provviste per il viaggio. Delle ricchezze della nostra casa fecero un carico per me: esso era grande eppure leggero, in modo che potessi portarlo da solo….Mi tolsero il vestito di gloria che nel loro amore avevano fatto per me, e il manto di porpora che era stato tessuto in modo che si adattasse perfettamente alla mia persona, e fecero un patto con me e lo scrissero nel mio cuore perché non lo potessi scordare: ” Quando andrai in Egitto e ne riporterai l’Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede del nostro regno”. Lasciai l’Oriente e mi avviai alla discesa, accompagnato da due messi reali, poiché il cammino era pericoloso e difficile ed io ero troppo giovane per un tale viaggio; oltrepassai i confini di Maishan, punto d’incontro dei mercati dell’Oriente, giunsi nella terra di Babel ed entrai nelle mura di Sarbùrg. Scesi in Egitto e i miei compagni mi lasciarono. Mi diressi deciso al serpente e mi stabilii vicino alla sua dimora in attesa che si riposasse e dormisse per potergli prendere la Perla. Poiché ero solo e me ne stavo in disparte, ero forestiero per gli abitanti dell’albergo. Pure vidi là uno della mia razza, un giovane leggiadro e bello, figlio di re ( lett.: di coloro che sono unti). Egli venne e si unì a me; io lo accolsi familiarmente e con fiducia e gli raccontai della mia missione. Io (egli?) lo (me?) avvertii di guardarsi dagli Egiziani e di evitare il contatto con gli impuri. Tuttavia mi vestii con i loro abiti, perché non sospettassero di me, che ero venuto da fuori per prendere la Perla, e non risvegliassero il serpente contro di me. Ma in qualche modo si accorsero che non ero uno di loro e cercarono di rendersi graditi a me; mi mescerono nella loro astuzia (una bevanda), e mi dettero da mangiare della loro carne; e io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza dei loro cibi caddi in un sonno profondo. I miei genitori avevano notato tutto quello che mi accadeva ed erano afflitti per me. Fu proclamato nel nostro regno che tutti dovevano presentarsi alle nostre porte. E i re e i grandi della Partia e tutti i nobili dell’Oriente formarono un piano perché io non fossi lasciato in Egitto. E mi scrissero una lettera firmata col nome di ciascuno dei grandi. ” Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre signora dell’Oriente e da tuo fratello, nostro prossimo di rango, a te nostro figlio in Egitto. Svegliati e sorgi dal tuo sonno e intendi le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re: guarda chi hai servito in schiavitù. Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l’Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato,erede nel nostro regno”. Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarbùrg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alti, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi. Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re e che la mia anima, nata libera, aspirava ai suoi salimi. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai ad incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre la regina d’Oriente. Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l’Oriente. Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti…I miei genitori… mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino nella casa di mio Padre. Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati eppure ancora uno per l’eguaglianza della forma…E l’immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso…E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa:

” Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche”. E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch’io ero mosso dall’amore a correre verso di esse per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salìì alla porta della salvezza e dell’adorazione. Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch’egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso…Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce d’organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui.

Perché ottenere ragione non ci rende sempre felici

Tratto da Internazionale. Di Oliver Burkeman.

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L’altro giorno, quando mi sono accorto che la mia banca mi aveva addebitato la spropositata cifra di 20 sterline per qualcosa di cui non ero responsabile, ho fatto quello che farebbe qualsiasi individuo ragionevole: ho passato mezza mattinata a sbraitare dentro di me e a prepararmi un discorso, educato ma inflessibile, con il quale esporre le mie ragioni. Ho immaginato di fare guerra alla burocrazia bancaria, forse arrivando addirittura in tribunale, e alla fine ottenere una giustizia che sarebbe stata ancora più dolce perché così faticosamente conquistata.

Poi ho telefonato alla banca, che ha cancellato immediatamente l’addebito. “C’è qualcos’altro che possiamo fare per lei?”, mi ha chiesto la gentilissima impiegata. Forse avrei dovuto chiederle che cosa dovevo farmene di tutta la sacrosanta indignazione che ormai non mi serviva più. Invece le ho detto “No, grazie” e ho riattaccato, confuso e disorientato.

Una possibile interpretazione di questo episodio è che sono un bastardo irritabile che dovrebbe sprecare meno tempo a immaginare dispute inesistenti. Un’altra – quella che preferisco – è che ero caduto vittima di quello che gli psicologi chiamano l’“effetto giusto processo”. Avevo ottenuto quello che volevo, ma non perché la banca avesse soppesato la mia richiesta. Sembrava che avessero deciso a capriccio, o che quella scelta rientrasse nella loro politica per tenere buoni i rompiscatole come me.

La teoria economica standard è che la gente persegue certi obiettivi – denaro, potere, opportunità – ma non dà molto peso a come li raggiunge. Le ultime ricerche hanno invece dimostrato che anche il processo è importante. Una conseguenza piuttosto ovvia è che accettiamo più facilmente di non ottenere quello che volevamo se abbiamo la sensazione che sia la conseguenza di una decisione presa in modo corretto e trasparente.

L’altra faccia della medaglia è che un processo arbitrario e poco trasparente ci disturba, anche se il risultato finale va a nostro favore.

Questa non è una novità per i politologi, i quali sanno bene che le persone accettano e rispettano i sistemi elettorali e giudiziari che considerano legittimi, anche quando l’esito delle elezioni o le sentenze non sono quelli che avrebbero voluto.

Ma è sorprendentemente importante per chiunque debba prendere decisioni che influiscono sugli altri: come i capiufficio, gli addetti al servizio clienti, gli insegnanti, i genitori, e forse tutti noi. Due studiosi di gestione d’impresa come W. Chan Kim e Renée Maurbogne, portano l’esempio della Elco, un’azienda statunitense produttrice di ascensori che ha rischiato di rovinarsi per aver agito da incompetente. Il suo amministratore delegato aveva assunto consulenti che vestivano di scuro, “parlavano tra loro a bassa voce” ed evitavano qualsiasi contatto con gli impiegati. I cambiamenti introdotti in seguito avevano scatenato un ammutinamento, anche se non prevedevano tagli e concedevano più autonomia ai dipendenti, perché nessuno aveva capito come ci si era arrivati.

Una reazione simile non è solo frutto del bisogno di sentirsi coinvolti.

È qualcosa di più concreto e razionale: se le decisioni sembrano cadere dall’alto, non si può essere sicuri che la prossima volta non si arriverà al “Siete licenziati”.

Effetti simili sono stati osservati in situazioni di ogni genere. Quando un personaggio pubblico che si è comportato male si scusa in modo troppo acritico e sbrigativo, o quando la persona con cui stiamo discutendo ci dà improvvisamente ragione, abbiamo la sensazione che manchi qualcosa, che sia saltata una fase importante del processo.

Non penso che l’impiegata della banca avrebbe dovuto discutere di più con me. Ma ho il sospetto che se avesse ascoltato le mie ragioni, mi avesse chiesto di aspettare, avesse controllato la sua pagina Facebook per tre minuti e poi mi avesse dato una risposta, sarei stato più soddisfatto.

Lo ammetto, a volte sono davvero irritante.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Arcano XVIII (La Lune)

Luna-Jodorowsky

Mi trovo in uno stato segreto e indicibile, sono il mistero dove ha inizio ogni conoscenza profonda, quando vi immergete nelle mie acque silenziose senza chiedere nulla, senza cercare di definire nulla, al di fuori di qualsiasi luce. Più entrate dentro di me, più vi attraggo. Non vi è nulla di chiaro in me. Sono senza fondo, sono tutta sfumature, mi estendo nel regno dell’Ombra. Sono un pantano dall’incommensurabile ricchezza, contengo tutti i totem, gli dèi preistorici, i tesori dei tempi passati e futuri. Sono la matrice. Al di là dell’Inconscio, io sono la creazione stessa. Sfuggo a qualsiasi definizione.

Nella notte, qualunque forma rigida viene annichilita dalla mia luce, a cominciare dal cuore. Al mio chiarore, l’angelo è angelo, la belva è belva, il pazzo è pazzo, il santo è santo. Sono lo specchio universale. Chiunque può vedersi in me.”

Il giorno, Il Sole

Mi sono svegliata prestissimo.

La valle era immersa nella nebbia, neanche l’acqua volesse mangiare le montagne.

Poi si è fatta luce piano piano.

L’ opalescenza di una perla.

Poi si è alzato il sole.

Un disco bianco che da dietro le montagne e le nuvole, piano piano, ha aperto il cielo squarciando d’azzurro il verde degli alberi.

Ed è arrivata la luce.

Che si è fusa con la terra.

Per diventare Uno.

Incanto.

luce

Ed io ho trovato questa poesia, di ignoto autore ma troppo bella per rimanere “li”.

La tenue luce dell’alba

respira il tuo respiro

nella strada vuota.

Luce chiara i tuoi occhi come rugiada

sui petali di un fiore

ancora assonnato.

Il tuo alito, soffio di primavera,

sommerge tutto me stesso,

tutto hai risvegliato.

Odorano di te tutte le cose,

sei tutto:

Amore e vita.

Luce vagante

nella quiete di un nuovo giorno,

che cerchi di scaldare un essere

chi esso sia

e nel cercare trovasti

per me, calore e vita,

la notte fini.

Sei tutto dopo l’alba.

Il giorno, Il Sole.

Guerrieri Altri

Grazie ad equilibristasquilibrato per questa bellissima poesia.

Merita di essere pubblicata e di non stare solo nei commenti.

Namaste

“Guerrieri Altri”

Credo

Conosco una sola realtà, e si chiama Amore

Ho un solo ideale, e si chiama Amore

Rispetto una sola legge, e si chiama Amore

Credo in una sola verità, e si chiama Amore

Pratico una sola religione, e si chiama Amore

Ho un unico motivo:

per vivere e per morire,

per gioire e per soffrire,

per trovare e per lasciare,

per vincere e per perdere,

e si chiama Amore 

* * *

Inno

Cuore dammi la forza di non dubitare,

e di ubbidirti ciecamente senza giudicare.

Cuore non smettere di parlarmi,

e non farmi mai mancare il coraggio della sconfitta.

Cuore continua a donarmi la follia dell’eroe,

che affronta la battaglia in cerca della Buona Morte.

L’Amore è una forza soverchiante

che sempre ha ragione di chi la sfida

Amore, non ti dimenticare di uccidermi ancora!

Il Dolore non mi farà fuggire,

mi rialzerò e tu colpiscimi ancora

E ancora più forte!

Io ti regalo l’ultimo battito,

l’ultimo respiro.

Solo le cicatrici dei tuoi affondi,

sanno rendere più bella l’Anima Mia

(equilibristasquilibrato)