Nomi & Cose

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Le cose hanno molti Nomi, ed essi, dopotutto, sono solo invenzioni dell’uomo.

Se ti attieni ai nomi, perdi di vista l’Uno. I nomi sono tanti, mentre l’Uno è unico. E’ questo l’albero della vita che stavi cercando.

Avendo preso il tuo compito alla lettera sei stato fuorviato dall’attaccamento ai nomi e hai quindi fallito la tua ricerca.

L’albero della vita è ovunque; talvolta viene chiamato “sole”, o anche “lago”, “nuvola”. Ma puoi denominarlo anche mare, sabbia o vento… oppure Eternità.

In ognuno di esso trovi l’albero della vita.

Ciò che chiami Padre è, per un altro, il Figlio”.

Ti do un indizio:

Se frugherai nel tuo stesso cuore potrai scoprire le radici dell’albero della vita.

(Rumi)

La linea sottile

Vi è una linea sottile tra sogno e realtà, e questo succede fino a quando tu la disegni.

(B. Quilliam)

Ama te stesso

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Ama te stesso e osserva – oggi, domani, sempre. Prima consolida te stesso sulla Via, poi insegna, in questo modo sconfiggi la sofferenza. Per raddrizzare lo storpio prima di tutto devi fare qualcosa di più arduo: raddrizza te stesso. Tu sei il tuo unico Maestro. Chi altri? Sottometti il tuo sé, e scopri il tuo Maestro. Intenzionalmente hai nutrito la tua stessa malignità. Ben presto ne sarai schiacciato come il diamante schianta una pietra. La tua stessa follia ti porterà così in basso come desidera il tuo peggior nemico. È così che il rampicante soffoca l’albero. Com’è difficile aiutare se stessi, com’è facile perdersi nella malignità e nella  follia. La canna di katthaka muore dopo aver fruttificato. Così lo stolto, disdegnando gli insegnamenti del risvegliato, deridendo coloro che seguono la legge, perisce quando la sua follia fiorisce. Affrontiamo uno dei sutra più profondi di Gautama il Buddha: Ama te stesso.

(Osho)

Balliamo sul mondo

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Questo è un concetto che la cultura occidentale ha dimenticato: tutto è uno! L’idea della dicotomia è profondamente sbagliata e niente meglio di un grande simbolo cinese, la ruota dello yin e dello yang, rappresenta la vita: l’universo è l’amornia degli opposti, perché non c’è acqua senza fuoco, non c’è femminile senza maschile, non c’è notte senza giorno, non c’è sole senza luna… non c’è bene senza male! E questo simbolo è perfetto perché il bianco e il nero si abbracciano e all’interno del nero c’è un punto del bianco e all’interno del bianco c’è un punto del nero. Pensa ad una faccenda sulla quale non riflettiamo mai, noi che perseguiamo il piacere in ogni modo: non c’è piacere senza sofferenza e non c’è sofferenza senza piacere. Solo quando capisci questo godi del piacere e accetti la sofferenza! Noi non accettiamo che la nostra vita abbia in sé la sofferenza. Non l’accettiamo, non ci piace! E allora pasticche contro questo, iniezioni contro quell’altro, droga, gioie effimere… per nascondere la verità che è accanto al piacere: la sofferenza. […] La cura è un’altra. Non è la cura, è la guarigione che cerco, e la guarigione è la ricostituzione dell’equilibrio.

(T. Terzani)

Una mattina…

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Giornata imbronciata.

Cammino per strada cullandomi nel mio sonno dietro agli occhiali scuri e come tutte le mattine passo il ponte levatoio del Castello Sforzesco per attraversare i giardini ed uscire dall’altra porta.

E’ presto, dunque ci siamo io, quattro altri sfigati che si trascinano in ufficio, la signora dei gatti e una frotta di cinesi scaricati dai bus turistici.

Potenza di Expo.

Un flash.

Non lo avevo mai visto, o forse ieri era solo fango oppure erba ma li, sulla destra si stende un’immensa aiuola di papaveri e fiori che si muovono nella brezza del mattino ed ondeggiano lentamente lasciando che l’aria ne accarezzi i petali e ne pieghi dolcemente gli steli.

Uno spettacolo inaspettato e strano nel cuore di una Milano che dorme e che corre.

Allora mi siedo sulla panchina di pietra e sto li a rimirarmeli quasi ipnotizzata e stupefatta perché è come se fossero comparsi dal nulla durante la notte.

Poi mi alzo e me ne vado mentre sulle pupille rimangono impresse chiazze rosse e gialle e blu.

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Il nibbio che voleva nitrire ovvero una favola a colazione

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Il nibbio, durante il primo periodo della sua esistenza, aveva posseduto una voce, certo non bella, ma comunque acuta e decisa. Egli, però, era sempre stato nutrito da una incontenibile invidia di tutto e di tutti. Sapeva di essere imparentato con l’aquila, ma questo, invece di costituire un vanto, non faceva altro che alimentare la sua gelosia: capiva di essere inferiore e si rodeva dalla rabbia per questo. Invidiava gli uccelli variopinti come il pappagallo e il pavone, lodati e vezzeggiati da tutti. Inoltre, si mostrava sprezzante nei riguardi dell’usignolo, dicendo tra sé:

“Sì, ha una bella vocetta ma è troppo delicata e romantica! Roba da donnicciole! Se devo cercare di migliorare la mia voce certamente non prenderò come esempio questo stupido uccello. Io voglio una voce forte, che si imponga sulle altre!”
Era un bel giorno di primavera. Il nibbio se ne stava tranquillamente appollaiato sopra un ramo di faggio, riparato dalle fresche fronde della pianta. Inaspettato, giunse un cavallo accaldato che, cercando un po’ di refrigerio, andò a riposarsi all’ombra dell’albero.

Sdraiandosi con l’intenzione di fare un sonnellino, l’equino, inavvertitamente si punse con un cardo spinoso e, dal dolore, lanciò un lungo e acutissimo nitrito.
“Oh, che meraviglia!” Esclamò il nibbio con entusiasmo. Questa é la voce che andrebbe bene per me: acuta, imponente e inconfondibile!”

Il nibbio cominciò da quel mattino, ad esercitarsi nell’imitazione di quel verso meraviglioso. Provò e riprovò scorticandosi la gola, ma inutilmente. Quando, dopo molti tentativi senza successo, si rassegnò a tornare alla sua voce originale, ebbe una brutta sorpresa: gli era sparita a furia di sforzarla! Cosi dovette accontentarsi di emettere un suono insignificante e rauco per tutta la vita!

Chi, mosso da invidia, cerca di imitare ciò che è al di fuori della sua natura, perde anche le proprie doti originali.

(Esopo)

Tra il caffè ed il treno – 5 maggio

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Un GRAZIE particolare ai miei fantastici occhiali da sole

” Emilio Pucci lunettes “.

Oggi veramente sono l’unica cosa della quale non posso fare a meno ancorché l’ultima spesa meno futile degli ultimi due anni.

La dove neanche il gel liftante ultrafresh del dottor Brandt (mai troppo compianto…) è riuscito a fare qualcosa, beh… loro hanno posto rimedio senza colpo ferire, basta non toglierli.

Passare per una donna futile e vacua è solo un divertimento.

Niente altro da aggiungere, direi.

Love&Peace

and Rithm.