Parole nella notte

sabbia

“La malinconia del Golem”

Ho un cuore friabile,
Creta seccata al sole.
Si disfa, si sbriciola
Polverizza e scivola
Tra le dita di mani troppo rapaci,
O troppo distratte.
Sabbia minuta che un refolo di vento
Riporta al suo deserto.
Un djinn, ecco, io torno ad essere,
Eternamente!
Il mio destino ineluttabile,
E’ di turbare il sonno
Di viaggiatori solitari e perduti…
Dalle mani troppo rapaci,
O troppo distratte.

(Equilibristasquilibrato)

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Le 10 cose che non so fare

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Leggerezza e levità…

So fare quasi tutto tranne alcune cose che non reputo vitali.

1) Rifornimento automatico alla pompa di benzina. Ho appena imparato e tutte le volte mi fermo troppo lontana: il tubo non è mai abbastanza lungo e devo fare almeno quattro manovre… poi mi vien paura di sbagliare pompa e mi tiro la benzina sui piedi. Un disastro.

2) Prendere il biglietto ai caselli autostradali. Sto sempre troppo lontana quindi devo, nell’ordine, slacciare la cintura, aprire la portiera e scendere. Se poi devo pagare anche peggio perché le monete mi cascano per terra e faccio casino. Morale: file chilometriche dietro.

3) Cambiare eventuali gomme bucate. Mai successo ma non so neanche dove sta il cric. Penso mi fermerei e aspetterei che qualcuno impietosito si fermasse, a costo di ingenerare equivoci. Boh… speriamo non capiti mai.

4) Mettere le catene in caso di neve. Preferisco sfidare le circostanze e andare senza. Oppure fare l’autostop. L’ ultima volta con pelliccia animalier e tacco nella neve, mi è andata bene. Morale: se nevica a letto.

e per l’ auto è tutto.

5) Cambiare le lampadine. Sbaglio a comperarle perché non capisco nulla di filetti, kw e ampere. Basta che funzioni, no? Non riesco a stare in cima alla scala perché ho le vertigini e quindi non riesco a smontare le plafoniere ecc. ecc. Morale: a casa si confida nell’ora legale e d’inverno a tentoni o a lume di candela. Oppure tutti nanna presto.

6) Stirare le camicie. Non mi piace, non son capace e non mi interessa. È questione di gestione del mio tempo e stirare, soprattutto camicie, è una perdita di tempo. Al massimo le tovaglie ma pure le lenzuola è un casino. Downshifting…

e per la casa è tutto.

7) Riempire e compilare moduli. Mi annoia, lo trovo idiota e soprattutto non mi piace dare informazioni su di me senza scegliere cosa dire. Mi fa sentire controllata ed irregimentata. Mi disturba, poi vogliono la foto e io le mie foto non le do. Morale: ho impiegato due mesi a rinnovare la tessera di Trenord e mi è costato un capitale. Sono pirla.

8) Inserire dati nei database. Vedi sopra. Mi annoia. Tutto ciò che è rigorosamente schematico mi da noia e nausea, dipinge di grigio topo il mondo che io invece voglio in colori fluo. In ufficio devo mandare avanti gli ordini di acquisto? Okay ma perché devo ordinare i “foglietti riposizionabili” quando su una mail li chiamerei “post-it”? Morale: mi irrito ogni volta e litigo perché cerco di fare gli ordini al telefono.

9) Pagare i MAV. Sarà una cretinata ma, non è che non son capace, mi indispone e mi mette di cattivo umore. Morale: non lo faccio, poi vedo. Lo so è cretino. Com’è? Tutti noi abbiamo le nostre ombre… ecco.

10) Tenere il conto corrente on-line. Mi atterrisce l’idea di sbagliare e mettere qualche zero o qualche cifra in più o sbagliata. Ancor di più mi inquieta vedere il saldo. Morale: la mia Donatella o la Luisella, gestrici delle mie povere lire sono fin troppo brave e simpatiche perciò facessero loro e poi ci beviamo il caffè…

Insomma posso sopravvivere…

Il video è dedicato a 7evendevils.

Riflessioni personali

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Come succede a tutti, ho subito molti dolori.

Alcuni talmente “pesanti” e difficili da superare che in alcuni momenti ho pensato di non farcela e che il cuore mi si sarebbe spezzato in due.

Lutti dove, a volte, la disperazione sembrava prendere il sopravvento e la speranza scappava come sabbia tra le dita.

Sono passati.

Oggi, grazie a loro, sono una persona “migliore” ma so perfettamente che ne arriveranno altri: altri dolori ed altri lutti, altre mancanze, altre prove.

Perché questa è la vita.

E ogni volta mi ripeto fino alla nausea, come fosse un mantra: “mai mollare”, perché nel momento in cui la vita ti toglie qualcosa beh… ti dà anche dell’altro.

L’Universo è equilibrio ed è sull’equilibrio che scorre la nostra vita, anche se a volte non riusciamo a trovarlo.

Dunque in quei momenti dobbiamo solo asciugare le lacrime e guardare.

Risalire le acque fangose dello stagno come fa il fior di loto, simbolo di purezza e di elevazione spirituale e metafora delle fasi evolutive dell’uomo. Simbolo dello spirito che trascende la materia.

Ne ho tatuati due, a memoria.

Il loto affonda le sue radici in profondità, nella terra fangosa e nel buio.

Allo stesso modo noi esseri umani affondiamo le nostre radici in quei pensieri e quelle emozioni che generano paure, angosce, ansie, senso di possesso dalle quali si generano falso amore e bisogno di identificazione.

Tutto ciò porta a recitare dei ruoli, ad atteggiamenti innaturali e costruiti, a falsi desideri e bisogni, a competizioni e a quei comportamenti inconsapevoli, gretti, bassi, poveri e meschini, che nulla sono se non la manifestazione inconsapevole degli istinti primordiali di sopravvivenza di un io egoico spogliato dal Sé.

Quotidianamente siamo alle prese con tutto questo che ci alimenta e che manteniamo alimentato: come il loto con le sue radici, noi non possiamo prescindere da questi radicamenti terreni, ma possiamo “vedere” cosa attingiamo.

Il loto allunga il suo stelo dentro l’acqua in un moto spontaneo, alla ricerca di aria e luce.

Questa crescita rappresenta il nostro vivere, l’affrancamento da paure e angosce, l’accettazione e il superamento di rigidi pensieri, le intuizioni e i sentimenti più nobili, le aspirazioni profonde, i sogni nel cassetto e la volontà di andare oltre. A differenza dalla spontaneità della natura, per noi umani questo processo, sempre mediato dalla mente e dalla qualità dei nostri pensieri, è estremamente faticoso, perché si originano disillusioni, aspettative mai o non sufficientemente colmate, traumi emotivi, sofferenze sentimentali, blocchi relazionali, difficoltà comunicative e tanto altro.

Ricordare la spontaneità dello stelo del loto, ci aiuta a vivere l’attimo presente e ad eliminare il giudizio ritrovando la naturalezza dell’Essere quando ci confondiamo altalenando fra polarità contrastanti: luce e buio, giusto e sbagliato, buono e cattivo, passato e futuro, ecc,

Il loto poi trova l’aria e la luce, sboccia e si apre gioiosamente: prende forma, si colora ed emana profumo.

Con determinazione, costanza, in un moto spontaneo e naturale, con un’offerta di se stesso libera, gratuita, unica e irripetibile, senza chiedersi quando, come o con chi troverà la luce, il loto arriva a trasmutare e a trascendere la pesante materia di cui si nutre.

E’ così può essere l’espressione di ogni essere umano: creativa, completa, perfetta per come è, svincolata da modelli e confronti, senza mai perdere la consapevolezza di essere nutrito dalle necessarie energie: quelle terrene, materiali, confinate, grossolane, pesanti e quelle aeree, allargate, spaziose, leggere, eteree.

E’ meraviglioso pensare che gli esseri umani, pur con culture, usi e costumi differenti, possano aprirsi alla luce di una personale, naturale e profonda spiritualità, nutrita costantemente dalla materia che, trascesa, accende la sacralità di ogni cosa, di ogni essere, di ogni evento, di ogni esperienza, per portare colore, forma e profumo in quell’istante di un tempo infinito, che consuma la vita terrena.

Risposta a Fred

STRADA

Ho portato Argo a correre nella campagna tra i prati. Lui correva ed io pensavo. A lui che correva, a me, al cielo azzurro, a che adesso mi piazzo in terrazzo a prendere il sole, alla vita e pure alla sabbia.

A tutte le cose che vogliamo stringere tra le dita per egoismo, amore, paura possesso. E più le stringi e più “swiscccchhhh” scappano via…

È la pressione che non va bene, ha ragione la Vargas: “la pressione imprime infatti a ogni sostanza che la subisce un moto di spostamento che allontana l’oggetto su cui essa si esercita”. Vale per tutti gli oggetti: dalla porta che spingiamo al chiodo che battiamo, alla foglia che stropicciamo.

E vale anche per gli esseri umani: se imprimi una pressione su un uomo (o su una donna) costui subisce un effetto di spostamento, di allontanamento o addirittura scomparsa. Cioè… se la da a gambe. La pressione, inoltre, è in funzione della cadenza e della ripetizione, perciò se si esercita a lungo una pressione su un essere umano, coniugandola a una ripetizione e a una cadenza, ne diventa logica conseguenza la separazione, l’ allontanamento, la fuga o la scomparsa del soggetto in questione.

Non lo so, detto tutto ciò credo che la “misura” e la via di mezzo siano la strada più saggia. Come sempre.

Come del resto credo ci sia una grande saggezza nel concetto del rispetto della libertà altrui, che non è “menefreghismo” quanto consapevolezza della propria importanza.

La pressione è dunque esattamente il contrario del respiro della libertà ed ecco perché non funziona quasi mai se la eserciti per trattenere…

L’uomo libero è come una nuvola bianca. Una nuvola bianca è un mistero; si lascia trasportare dal vento, non resiste, non lotta, e si libra al di sopra di ogni cosa. Tutte le dimensioni e tutte le direzioni le appartengono. Le nuvole bianche non hanno una provenienza precisa e non hanno una meta; il loro semplice essere in questo momento è perfezione.

(Osho)

Solo chi ha superato le sue paure sarà veramente libero.

(Aristotele)

Fred

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Ieri ho cercato di sistemare i miei libri e me ne è capitato uno di Fred Vargas.

Mi alzo ed è sul tavolo, apro una pagina a caso…

Perché la sabbia più la stringi e più sfugge?

anzi

Perché la sabbia asciutta più la stringi e più sfugge?

Vado a fare la spesa…

Amarsi un po’

Mattina presto. Cazzeggio. Navigando.

Cosa vuol dire perdonare?

Perdonare, scrive una psicologa americana (Eileen Borris- Dunchunstang) è un atto di coraggio altissimo che ci rende più forti di chi ci ha colpiti. Perdoniamo per essere liberi, per diventare migliori, sbarazzandoci di quei sentimenti di rancore e rabbia che rischiano di condizionare il nostro equilibrio, la nostra vita futura. Insomma, dice la Borris, le nostre colpe e quelle altrui sono ostacoli che vanno rimossi, nella convinzione che il perdono non è una debolezza o un cedimento, ma la grazia di vedere l’umanità negli altri, di guardare oltre la superficie delle loro azioni e di comprendere il dolore che ne è causa, vincendo lo stereotipo secondo cui chi rinuncia alla vendetta è un debole.

Perdonare non è però semplice. Non è immediato. Ma impone un tempo, una riflessione fatta non soltanto di testa, ma di cuore e di nervi. Un percorso dentro se stessi. E nel libro c’è un decalogo per sgombrare il campo da soluzioni semplicistiche, buonistiche, che sotto l’apparenza delperdono maschererebbero stati alienati di paura, vigliaccheria, moralismo, vittimismo e ipocrisia. Ecco i punti su cui riflettere:

1)       Il perdono non è obbligatorio, ma volontario. Nessuno cioè può costringerci a perdonare, solo noi possiamo decidere. Il perdono è una nostra scelta, il gesto più generoso che possiamo compiere, non soltanto verso chi ci fa torto, ma anche verso noi stessi.

2)       Il perdono è uno stato d’animo. Perdonare è dimenticare. E quando perdoniamo alleggeriamo i nostri ricordi dal peso della ferita. Così il dolore si riduce.

3)       Il perdono non è la giustificazione di chi ha commesso un torto. Non siamo tenuti cioè a fingere che il torto non sia avvenuto. Il perdono è la scelta di estinguere il debito del torto subito.

4)       Il perdono è riflessivo. Quando perdoniamo qualcuno che ci ha fatto un torto, o perdoniamo il torto stesso, beneficiamo anche del sollievo di non dovercene più occupare. Tutti abbiamo conosciuto chi si ostina a non dimenticare la fine di una relazione o il divorzio dei genitori. E continua a prendere decisioni che risentono di quelle cicatrici emotive. Bene, forse è più saggio liberarsi di quel fardello perdonando il torto.

5)       Il perdono è liberatorio. Quando si giunge alla decisione di perdonare, si prova una sensazione di leggerezza bellissima. Quasi euforica.

6)       Il perdono non equivale ad amare i nemici. Nessuno è tenuto ad amare un nemico. L’odio però costa energia. E quando ci si nutre di odio, si consumano sia tempo che forze.

7)       Il perdono non giustifica chi ci ha trattato in modo ignobile, non ci dice di accettare passivamente le ingiustizie, né nega il diritto alla rabbia, al desiderio di giustizia e di castigo. Non nega neppure il diritto di non scusare chi ci ha fatto un torto.

8)       Il perdono non è facile, ma i risultati sono gratificanti. Visto che perdonare è soprattutto una questione mentale, richiede un percorso di comprensione. L’elaborazione non avviene sforzandosi di credere che il debito di un torto non sia dovuto, ma prendendo consapevolezza che il tentativo di recuperare quel debito ci sosterebbe più del semplice condonarlo.

9)       Il perdono è auto-guarigione. Quando decidiamo di perdonare, persino l’imperdonabile, medichiamo la ferita originaria e la lasciamo guarire alla luce del sole.

10)   Il perdono è rafforzamento di sé. Il perdono non è un atto di debolezza, ma un atto di forza. Ricordiamocene quando subiamo un torto: soltanto noi possiamo perdonare chi lo ha commesso. Abbiamo un potere enorme nelle nostre mani.

Tutto cio non vale solo per gli “altri” ma cale anche e soprattutto per se stessi e, su queste basi il processo del perdono può cominciare in modo sano, ripercorrendo la propria storia, ripercorrendola nel profondo, condividendo il proprio dolore si può scendere in quelle profondità dell’animo umano dove riposano le energie che ci permettono di perdonare. E in definitiva di amare.

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Perdonarsi è scegliere di donarsi ancora!

(M. Bisotti)

Il perdono più difficile è quello che un uomo deve riuscire a trovare per se stesso.

(G. Faletti)

Il perdono è la qualità del coraggioso, non del codardo.

(Gandhi)

Arcano II (La Papesse)

Papessa

Quanto a noi, ognuno scavi fino alla radice del male che è in lui, lo sradichi dal suo cuore fino alla radice. Ma esso sarà sradicato se noi lo riconosceremo. Se, invece, lo ignoriamo si radicata in noi e produrrà i suoi frutti nel nostro cuore. Esso impera su di noi. Siamo suoi schiavi, ci rende prigionieri, sicché facciamo ciò che non vogliamo e non facciamo ciò che vogliamo. Esercita un grande potere perché non l’abbiamo scoperto. Fintanto che esiste è operante. L’ignoranza è la madre di ogni male. L’ignoranza si risolverà in morte, perché quanti provengono dall’ignoranza non erano, non sono, non saranno. Ma quelli che sono nella verità saranno perfetti, quando sarà rivelata tutta la verità. La verità, infatti, è come l’ignoranza: nascosta rimane in sè stessa; manifesta è riconosciuta, è glorificata, essendo tanto più forte dekl’ignoranza e dell’errore. Essa da la libertà. (Vangelo di Filippo)

W la mamma

venere

“A Tutte le Donne”

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra.

(A. Merini)

Auguri alla mia Mamma e auguri a Me.

Auguri a chi dona la propria vita, uno o donna che sia.