Parole nella notte

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“Il Ponte”

Tra adesso e adesso,

tra io sono e tu sei,

la parola ponte.

Entri in te stessa

quando entri in lei:

il mondo si chiude

come un anello.

Da una sponda all’altra

sempre si stende un corpo,

un arcobaleno.

Sotto i suoi archi dormirò.

(O. Paz)

Non c’entra ma ne svevo voglia…

Pensieri in fuga….

ha

Sono arrivata a casa che lo giuro “non potevo farcela più”… non solo i jeans un tutt’uno con la pelle o le zeppe un tutt’uno col piede, neanche fossero zoccoli di bovino, ma pure l’aria condizionata in mood siberiano di Trenord… una tormenta ghiacciata lungo i finestrini: sul corridoio schianti di caldo e sul laterale geli di freddo. Perfetto.

Fai la spesa, porti fuori Argo e poi chiudi la porta di casa col chiavistello.

E fai quello che è la goduria più grande: ti togli le scarpe in un tripudio di cinturini che saltano e altezze che si abbassano.

Neanche hai fame, solo voglia di acqua gelida sulle appendici e poi il nulla.

O meglio… solo ciò che voglio io: bolla prossemica attivata, accesso limitato, keep out disturbatori…

E mentre le estremità si riattivano ti parte un flash su un ipotetico “centro di gravità permanente”, anzi ti chiedi quale è il tuo. Cosa c’entra? Giuro non lo so… e partito così… forse perché a casa nessuno si aspetta che tu cucini e nessuno ha cucinato per te, forse perché è facile attivare la bolla senza cozzare con l’ altrui. E ti chiedi che fine ha fatto il sovraffollamento e il caos che governavano la tua vita fino a qualche anno fa.

E ora è meglio o peggio? Potrei mai tornare indietro?

Che ne è stata della mia vita?

Capiamoci…, va benissimo così ma, quale è stato il momento nel quale ha iniziato a cambiare?

Mi ero scelta, sisisi la parola è corretta…, un uomo che aveva tutte le caratteristiche fisiche, affettive e mentali per costruire l’ eccellenza di un rapporto (il centro, appunto) e poi “puff” evaporato in un tripudio di dolore… non mi lamento neanche un po’, va benissimo così… sto perfettamente nei miei panni di adesso: sono serena e serenamente nel mio nuovo centro… forse ero mezza mela o forse mela intera e la vita mi ha risbattuta al via e sgagnato un pezzo di polpa… del resto la vita è cambiamento costante.

Ma la domanda è sempre quella: quali sono i passi che mi hanno portato fin qui? Quale è l’inizio del percorso che mi ha portato qui e come ho fatto a non accorgetene e a non esserne consapevole?

Capiamoci, vale anche per le esperienze “positive”…

Che si fa da adesso in poi?

Si vive, si gioca, si ride e ci si lascia fluire sui percorsi della vita, quando si riesce a piedi scalzi e se devo mettere il tacco, sarà una goduria toglierli.

Senza fare programmi e senza attendere qualcosa, giustamente cercando di volare a due ali con forza ed equilibrio.

Per il resto “carpe diem”.

Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia.

(P. Coelho)

Concedo allora al gatto di fare le fusa tranne mie braccia e ad Argo di mangiare metà del mio biscotto e va bene così… anche questo è un centro.

Fermarsi ed essere felici di ciò che si ha.

Lets play

La vita è più divertente se si gioca.
(R. Dahl)

biglie

Nella mia casa ho riunito giocattoli grandi e piccoli, senza i quali non potrei vivere. Il bimbo che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era dentro di sé e che gli mancherà molto.”

(P. Neruda)

corsa

Giocare come ballare e ridere ci salva la vita, non perché ci fa tornare bambini ma perché fa uscire la parte salvifica, quella libera e senza schemi che il nostro essere adulto comprime. Perché noi adulti dobbiamo essere seri e composti. Ma chi lo ha detto?

Il gioco ci fa emozionare ed è quello che serve, vero Tati?

Veramente tutto quello che serve.

L’inevitabilità dei compromessi

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(Tratto da Internazionale. Di Oliver Burkeman)

Il problema delle campagne elettorali – il vero problema, non quelli superficiali come essere costretti a vedere tutti i giorni la faccia di David Cameron – è che gli elettori vogliono tutto e il contrario di tutto. Anche quando un sistema democratico non è corrotto dalle lobby o dalla stampa asservita, anche quando la gente non crede alle esagerazioni sul numero degli immigrati o sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo, anche quando i politici non sono furfanti che proprio a causa della loro sete di potere dovrebbero essere gli ultimi ad averlo, anche nel migliore dei mondi possibili, gli elettori vorrebbero comunque avere servizi pubblici efficienti ma non pagarli.

Oppure avere più alloggi, ma nessun cantiere vicino a casa loro. O la crescita economica senza conseguenze ambientali. O rigidissimi controlli alle frontiere, ma anche abbondanza di manodopera straniera a basso costo. E quando gli elettori chiedono l’impossibile, è raro che un politico resista alla tentazione di rispondere: “Ma certo!”.

Una campagna elettorale è l’occasione ideale per toccare con mano uno dei fondamentali trabocchetti della psiche umana: fino a che punto siamo disposti ad arrivare per non prendere atto dell’inevitabilità dei compromessi.

Davanti a una scelta difficile tra due alternative che si escludono a vicenda, spesso non scegliamo nessuna delle due ma preferiamo il conforto a breve termine di fingere che non dobbiamo fare nessuna scelta. Questo atteggiamento non riguarda nessun partito in particolare: i politici favorevoli all’austerità parlano di “decisioni difficili”, ma poi si comportano come tutti gli altri. Nell’etereo mondo delle promesse dei politici e dei sogni degli elettori, tutto è possibile.

Nel mondo fin troppo concreto dei limiti di denaro, tempo e risorse, c’è sempre un “costo opportunità”: usarli per fare una cosa significa non usarli per farne un’altra. Sembra ovvio, ma è sorprendente quanto spesso ce ne dimentichiamo. Forse l’economista statunitense Thomas Sowell non esagerava quando diceva che non esistono soluzioni, ma solo compromessi.

Ovviamente non mi aspetto che i leader dei partiti lo ammettano in pubblico.

Questo problema tocca anche la sfera personale di ognuno di noi, ed è qui che l’affermazione di Sowell diventa una sorta di epifania. Come fa notare il consulente d’impresa Greg McKeown, quando ci chiediamo: “Come faccio a incastrare tutto quello che voglio fare nel tempo che ho?” siamo fondamentalmente in malafede, perché partiamo dal falso presupposto che sia possibile evitare i compromessi.

Saremmo più onesti con noi stessi se ci chiedessimo: quali problemi preferisco avere? Nelle scelte di lavoro, in amore o in qualsiasi altro campo, non manteniamo mai aperte “tutte le opzioni”, quello che facciamo in realtà è sacrificare una cosa (i vantaggi di prendere una decisione) a favore di un’altra (i vantaggi di non prendere nessuna decisione ed evitare emozioni sgradevoli).

In realtà questa conclusione non è deprimente come sembra. Anzi, è liberatoria: sapere di non poter avere o fare tutto ci risparmia l’ansia di provarci. Dedicare tempo e sforzi a qualcosa significa, per definizione, scegliere di non dedicare tempo e sforzi a un numero infinito di alternative. Cercate di ricordarvelo la prossima volta che state tentando di finire di leggere un romanzo che non vi piace o che guardate una foto di David Cameron.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Quando una giornata nasce cosi…

flusso

Quando una giornata nasce così non puoi che arrenderti al flusso… go with the flow, e speriamo che le ore passino in fretta… ho il mal di testa ed è lunedì, avrei voglia di ballare ma sulla banchina della stazione, morisse che uno ha voglia di sputare un sorriso: tutti immusoniti nei loro smartphone. Pure la Giusy barista non è dell’umore… Ho messo il jeans e non dovevo… io lo so che non dovevo… a sera sarà una seconda pelle e dovrò strapparlo per toglierlo… e la giacca, no… la giacca no… la zeppa okay in fondo è la cosa più azzeccata.

Il treno è stracolmo e, perché una deve fare il bagno nel profumo… manco di quelli buoni?… allora nelle narici un odore dolciastro mischiato a futili chiacchiere di sottofondo e musi… sempre musi… lamenti…

Arrivi in stazione e ti passano sopra con i loro trolley, i loro carrelli, le loro vite affannate, le loro corse illogiche nello stessa direzione (prova a tagliare la fiumana di pendolari scaricati dai treni: impossibile).

Attraversi la strada e la senti la puzza d’asfalto fresco… si la senti e la vedi perché ci rimani con la zeppa… e l’ omino ti guarda… un cartello no? Siamo nella città di Expo…

E il telefono suona. E il caffè manca. E manca l’aria in questa città che tra due ore scoppierà di caldo… e io coi jeans.

Proviamoci dai… però… forse però ho voglia di fare un blitz… mollo tutto e torno a casa, prendo Argo e andiamo nel bosco, ci sediamo nell’ erba e poi camminiamo tra gli alberi fino alla fonte, dove l’acqua esce dalla terra e forma una pozza prima che riprenda a scendere lungo il fianco della collina.

E stiamo li a vedere la luce che cambia.

Non si vede mica da qua, via Brera…

Will I am

La poesia era troppo bella per non essere l’ apertura della giornata.

Ma come si fa ora a resistere?

Ho tanto bisogno di ballare…

Tra il caffè e il treno – 18 maggio

corpi

“Dire, Fare”

Tra ciò che vedo e dico,

tra ciò che dico e taccio,

tra ciò che taccio e sogno,

tra ciò che sogno e scordo,

la poesia.

Scivola

tra il sì e il no:

dice

ciò che taccio,

tace

ciò che dico,

sogna

ciò che scordo.

Non è un dire:

è un fare.

È un fare

che è un dire.

La poesia

si dice e si ode:

è reale.

E appena dico

è reale,

si dissipa.

È più reale, così?

Idea palpabile,

parola

impalpabile:

la poesia

va e viene

tra ciò che è

e ciò che non è.

Tesse riflessi

e li stesse.

La poesia

semina occhi nella pagina,

semina parole negli occhi.

Gli occhi parlano,

le parole guardano,

gli sguardi pensano.

Udire

i pensieri,

vedere

ciò che diciamo,

toccare

il corpo dell’idea.

Gli occhi

si chiudono,

le parole si aprono.

(O. Paz)