L’inevitabilità dei compromessi

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(Tratto da Internazionale. Di Oliver Burkeman)

Il problema delle campagne elettorali – il vero problema, non quelli superficiali come essere costretti a vedere tutti i giorni la faccia di David Cameron – è che gli elettori vogliono tutto e il contrario di tutto. Anche quando un sistema democratico non è corrotto dalle lobby o dalla stampa asservita, anche quando la gente non crede alle esagerazioni sul numero degli immigrati o sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo, anche quando i politici non sono furfanti che proprio a causa della loro sete di potere dovrebbero essere gli ultimi ad averlo, anche nel migliore dei mondi possibili, gli elettori vorrebbero comunque avere servizi pubblici efficienti ma non pagarli.

Oppure avere più alloggi, ma nessun cantiere vicino a casa loro. O la crescita economica senza conseguenze ambientali. O rigidissimi controlli alle frontiere, ma anche abbondanza di manodopera straniera a basso costo. E quando gli elettori chiedono l’impossibile, è raro che un politico resista alla tentazione di rispondere: “Ma certo!”.

Una campagna elettorale è l’occasione ideale per toccare con mano uno dei fondamentali trabocchetti della psiche umana: fino a che punto siamo disposti ad arrivare per non prendere atto dell’inevitabilità dei compromessi.

Davanti a una scelta difficile tra due alternative che si escludono a vicenda, spesso non scegliamo nessuna delle due ma preferiamo il conforto a breve termine di fingere che non dobbiamo fare nessuna scelta. Questo atteggiamento non riguarda nessun partito in particolare: i politici favorevoli all’austerità parlano di “decisioni difficili”, ma poi si comportano come tutti gli altri. Nell’etereo mondo delle promesse dei politici e dei sogni degli elettori, tutto è possibile.

Nel mondo fin troppo concreto dei limiti di denaro, tempo e risorse, c’è sempre un “costo opportunità”: usarli per fare una cosa significa non usarli per farne un’altra. Sembra ovvio, ma è sorprendente quanto spesso ce ne dimentichiamo. Forse l’economista statunitense Thomas Sowell non esagerava quando diceva che non esistono soluzioni, ma solo compromessi.

Ovviamente non mi aspetto che i leader dei partiti lo ammettano in pubblico.

Questo problema tocca anche la sfera personale di ognuno di noi, ed è qui che l’affermazione di Sowell diventa una sorta di epifania. Come fa notare il consulente d’impresa Greg McKeown, quando ci chiediamo: “Come faccio a incastrare tutto quello che voglio fare nel tempo che ho?” siamo fondamentalmente in malafede, perché partiamo dal falso presupposto che sia possibile evitare i compromessi.

Saremmo più onesti con noi stessi se ci chiedessimo: quali problemi preferisco avere? Nelle scelte di lavoro, in amore o in qualsiasi altro campo, non manteniamo mai aperte “tutte le opzioni”, quello che facciamo in realtà è sacrificare una cosa (i vantaggi di prendere una decisione) a favore di un’altra (i vantaggi di non prendere nessuna decisione ed evitare emozioni sgradevoli).

In realtà questa conclusione non è deprimente come sembra. Anzi, è liberatoria: sapere di non poter avere o fare tutto ci risparmia l’ansia di provarci. Dedicare tempo e sforzi a qualcosa significa, per definizione, scegliere di non dedicare tempo e sforzi a un numero infinito di alternative. Cercate di ricordarvelo la prossima volta che state tentando di finire di leggere un romanzo che non vi piace o che guardate una foto di David Cameron.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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