Post futile ed anche un po’ idiota

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Lavoro in Brera, cuore della movida e del glamour della M’lan capitale della moda e città di Expo.

Oggi avevo una colazione di lavoro (terminologia “tecnica”: pranzo è uguale ma, se ti vuoi capire questo è quello che devi dire) in San Babila.

Vado a piedi o col taxi, considerato l’onnipresente e tanto deprecato tacco?

Coraggiosamente mi dico: “a piedi”, tanto cammino calma e prendo pure un po’ d’aria… del resto sono 20 minuti, neanche…

Ecco… coraggiosamente è la parola giusta: imbocco via Brera direzione Piazza della Scala, arrivo al semaforo e imbocco via Santo Spirito, la infilo fino in alto, alla piazza, attraverso via Manzoni e zac giù lungo una via Montenapoleone affollata di turisti più o meno economicamente “dotati” ma tutti in estasi davanti ai templi del lusso e dello status, poi giu fino a Piazza San Babila, meravigliosa con la sua chiesa e la sua fontana.

Perché ho impiegato 40 minuti soffrendo ed imprecando?

Perché i marciapiedi sono stretti, sbilenchi e sconnessi, pieni di buche e di trappole “pedestri” tipo sampietrini killer.

Perché la gente, la massa, è maleducata e non si cura di urtati, strattonarti ed anche investirti. Oppure di occupare tutto il marciapiede in un sit-in di chiacchiere.

Perché i marciapiedi sono disseminati di griglie, trappole dove devi far attenzione anche se il tacco non ce l’hai perché sono sconnesse.

Perché tutti parcheggiano “alla cazzo” mettendo le loro auto o i loro furgoni sui marciapiedi (tanto fanno in fretta), così tu devi scendere e rischiare la tua vita sulla carreggiata. Oppure sfidare le griglie…

Perché devi saltellare come una libellula tra un ostacolo e un altro, tra una voragine ed un lavoro in corso, tra una macchina ed un pirla che non si sposta, tra una moto ed un motorino.

Io avevo solamente 16 cm. di tacco messo più per “rispetto” di servizio che altro e non ero costretta su di una carrozzella.

Io ho la funzionalità di tutti gli arti e non sono un disabile.

Mi dispiace ma questa M’lan non è la città dove io voglio vivere e lavorare perché, come gran parte della società in cui viviamo, ha perso il rispetto.

Non solo per le “minoranze” ma anche per chi vuole “vivere” e non sopravvivere sopportando e chiudendo occhi ed orecchie ad un malcostume e ad una maleducazione imperanti.

E forse la cosa peggiore è  che, a tutto questo ci stiamo anche, stupidamente, abituando.

E qualcuno mi dirà che M’lan è un paradiso.

Parola d’ordine: recupero di una dimensione umana e di rispetto per sé stessi e per gli altri.

Come? Ci sto pensando.

Intanto attuo “consapevolezza” e mi dissocio. Non chiudo né occhi né orecchie.

Adesso che ho

ritrovato la Via,

non la mollo più.

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Arcano XVI (La Maison Dieu)

maison dieu

La Torre III.

E’ tempo ch’io faccia testamento;
Scelgo uomini ritti in piedi
Che risalgono i torrenti sin dove
Sgorga la polla, e all’alba
Gettino la lenza a fianco
Della pietra stillante; dichiaro
Ch’essi dovranno essere eredi del mio orgoglio,
Orgoglio di gente che non era
Legata né a Causa né a Stato,
Non a schiavi sputacchiati,
Né a tiranni che sputavano;
Della gente di Burke e di Grattan,
Che dava, sebbene libera di rifiutare..
Orgoglio, pari a quello del mattino,
Quando la luce precipita è sciolta,
O del corno favoloso,
O dell’acquazzone improvviso
Quando tutti i torrenti sono secchi,
O dell’ora
Che il cigno deve fissare l’occhio
Sopra un barlume che svanisce,
Remigare sopra un lungo
Ultimo tratto di fiume scintillante,
E lì cantare il suo ultimo canto.
E dichiaro la mia fede:
Irrido al pensiero di Plotino
E grido in faccia a Platone
Che vita e morte non furono
Fin che l’uomo non creò il tutto,
Armi e bagaglio,
Dalla sua anima amara,
Sì, sole e luna e Stella tutto,
E aggiungete a questo ancora
Che, morti, noi sorgiamo,
Sognamo e così creiamo
Il Paradiso translunare.
Ho preparato la mia pace
Con dotti cimeli italiani
E le orgoglioso pietre della Grecia,
Fantasie di poeta
E memorie d’amore,
Memorie di parole di donne,
E tutte le cose di cui
L’uomo fa un sovrumano
Sogno a somiglianza di specchio.

Come nella feritoia lassù
Le cornacchie ciarlano e stridono,
E accumulano ramoscelli, strato su strato.
Quando saranno ben alti,
La cornacchia madre poserà
Sulla concava cima,
E in tal modo, riscalderà il suo nido selvaggio.

Lascio la fede e l’orgoglio
Ai giovani ritti in piedi
Che salgono il fianco della montagna
Per gettare nell’onda un insetto
Allo scoppiare dell’alba;
Anch’io foggiato di quel metallo
Sin ch’esso fu spezzato
Da quest’arte sedentaria.

Ora farò la mia anima,
Costringendola a studiare
In una dotta scuola
Sin che il naufragio del corpo,
Il lento decadere dei sangue,
Lo stizzoso delirio
O l’ottusa decrepitezza,
O qualsiasi peggior male possa venire
La morte degli amici, o la morte
D’ogni occhio scintillante
Che mozzava il fiato in gola –
Paiano non altro che nubi del cielo
Quando l’orizzonte svanisce;
O il grido sonnacchioso d’un uccello
Tra l’ombre che s’addensano.

(W.B. Yeats)

Le tre verità

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I Sufi vengono chiamati ‘cercatori di verità”, e questa Verità è la conoscenza della realtà oggettiva. Un tiranno avido e ignorante – un certo Rudarigh,* grande signore di Murcia – un giorno decise di impadronirsi di questa verità. Decise che la verità era qualcosa che Ornar El-Alazi di Tarragona sarebbe stato costretto a rivelargli.

Ornar fu quindi arrestato e condotto a corte. “Ho decretato che le verità che tu conosci mi siano rivelate in termini che io possa comprendere, altrimenti pagherai con la tua vita”, dichiarò Rudarigh.

Ornar rispose: “Chiedo se in questa Corte cavalleresca venga osservata l’usanza universale secondo cui una persona in stato di arresto che dica la verità in risposta a una domanda, venga rimessa in libertà, se questa verità non la incrimina”.

“Sì, è così”, rispose il signore.

“Chiedo a tutti i presenti di esserne testimoni, sull’onore del nostro signore”, disse Ornar. “E ora vi rivelerò non una, ma tre verità”.

Dovremo anche appurare che quanto tu rivendichi come verità, lo sia di fatto”, aggiunse Rudarigh, “quindi, dovrai dimostrarlo”.

“A un signore come voi”, disse Ornar, “al quale possiamo rivelare non solo una, ma ben tre verità, possiamo anche rivelare delle verità che sono esse stesse delle prove”.

Rudarigh fu molto lusingato da quel complimento.

“La prima verità”, disse il Sufi, “è questa: io sono colui che viene chiamato Ornar il Sufi, di Tarragona. La seconda è che avete accettato di rilasciarmi, se dico la verità. La terza è che desiderate conoscere quella verità che corrisponde al concetto che ne avete”.

L’effetto causato da quelle parole fu tale che il tiranno dovette rendere la libertà al derviscio.

(Parabola sufi)

Tra il caffè e il treno – 25 maggio

sabbia

Ti rendo grazie, Signore,

perché mi hai sostenuto con la tua forza,

hai steso su di me il tuo santo spirito affinché non inciampassi,

mi hai reso forte di fronte alle guerre dell’empietà,

e in tutte le loro distruzioni non hai permesso che il terrore mi allontanasse dal tuo patto

Mi hai posto come una torre resistente,

come alta muraglia,

hai stabilito sulla roccia il mio edificio

e fondamenta eterne sono il mio fondamento,

tutte le mie parti sono come una muraglia provata

che non vacillerà.

E tu, mio Dio, mi hai posto per gli stremati

per il tuo santo consiglio,

[mi hai fissato] nel tuo patto

e (hai reso) tuo discepolo la mia lingua.

Ma non c’è parola per lo spirito di distruzione

né c’è risposta alla lingua di tutti i colpevoli:

diverranno infatti mute le labbra menzognere.

Dichiarerai infatti colpevoli in giudizio tutti quelli che mi attaccano,

per separare in me il giusto dall’empio.

Tu infatti conosci l’istinto di ogni creatura

ed esamini ogni risposta della lingua.

Tu stabilisci il mio cuore [come] tuo discepolo e secondo la tua verità

per indirizzare i miei passi nei sentieri di giustizia,

per procedere in tua presenza nella frontiera [della vita],

in vie di gloria {e vita} e pace senza [fine]

[che non] cesseranno mai.

Tu conosci l’istinto del tuo servo,

perché io non […]

innalzando il cuore e cercando rifugio nella forza;

non ho nessuna difesa umana,

[…] non ci sono atti giusti

per salvarsi [tranne che] il perdono:

Mi appoggio a […]

aspetto la tua pietà

per fare fiorire la [salvez]za

e far crescere il germoglio,

per cercare rifugio nella forza

e […] nella tua giustizia.

Mi hai posto nel tuo patto

e mi sono stretto alla tua verità,

e […]

Mi hai posto come un padre per i beneficiari della grazia,

come un educatore per gli uomini del miracolo;

aprono la bocca come un lattante […]

come un bambino gioisce al petto del suo educatore.

Hai innalzato il mio corno tutti quelli che mi disprezzano,

[hai disperso il re]sto di quelli che mi combattono

e di quelli che mi intentano cause, come paglia al vento,

e quelli che mi dominano […]

Hai salvato la mia vita

e fino all’alto hai sollevato il mio corno.

Io risplendo di luce settuplicata

nella [luce che è prepa]rata per la tua gloria:

tu sei infatti la mia lampada eterna

e hai stabilito il mio piede […]

(Gli Inni di Qumran)