Martedi is over ovvero l utilita del chopstick

Martedi passò

tra giacche e cravatte;

in treno dormo.

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Seguo il mio sentire ed esco dall’ ufficio dimentica del chopstick infilato tra i capelli… vado lenta lenta in stazione e salgo sul mio affollatissimo treno, riesco anche a sedermi lato finestrino mentre un vento siberiano soffia tra i miei capelli e cedo alla stanchezza col mio BlackBerry, fido compagno di mille avventure e compagno della mia vita, stretto nel palmo della mano destra.

Le tenebre del sonno mi avvolgono dolcemente mentre lo sferragliare mi culla… le palpebre calano, gli occhi si chiudono e il palmo della mano si apre… la stretta si allenta e la mia fantastica device scivola via…

La sento nella veglia annebbiata che mi sta abbandonando per infilarsi in un fetido ed angusto pertugio tra il sedile e la parete del treno… oddio… mi sveglio di soprassalto ma non riesco a bloccarla.. tump tump… finisce la sua corsa la in fondo dove nessun braccio e nessuna mano riesce ad entrare… l’acciaio dei bordi riluce inaccessibile a qualunque strumeno d’aiuto… oddio… e ora? Piango? Chiamo il controllore? Lo faccio suonare insistente?

No… mi sciolgo il chopstick dai capelli, mi metto in ginocchio sul sedile e mi divincolo per raggiungere la mia unica ragione di vita e farla cadere in fondo, nell’intestizio tra il mio sedile e quello dietro… ci provo e riprovo e riprovo… finché sbadabengehete, eccolo cadere la in fondo… e ora?

Ora niente… mi metto in ginocchio e mi infilo sotto al sedile a allungando il braccio pian piano e allungo le dita e intanto impreco.

Lancio strali a labbra serrate alla stanchezza,  al sonno, alla sfortuna e a tutti questi qua che neanche mi domandano se ho bisogno… Perché non mi diverto ad assumere pose da contorsionista sopra e sotto il sedile… proprio no…

Ma eccolo… Un piccolo sforzo ed è di nuovo mio. Dagli e dagli col miracoloso chopstick, guancia incollata al fetido pavimento e abitino ormai tutto inzaccherato di polvere e altre fetenzie. Prova e riprova…

Allungo il chopstick,  allungo le dita finché lo sento al tatto e piano piano lo recupero piangendo di felicità.

Poco importa se sono fetida è lui lercio da paura: siamo di nuovo Uno.

E voi… viaggiatori apatici e chiusi nelle vostre vite, un sorriso potevate pure farlo perché è tutto gratis.

Offre Trenord. Anzi io.

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Amare

cristalli

L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità.

(E. Fromm)

Arcano VII (Le Chariot) (devoted)

Chariot

Il Carro rappresenta il principio coordinatore che governa il mondo, dirige il movimento presiede al progresso.
Il Carro è guidato da un giovane che indossa una corazza ed impugna uno scettro come l’Imperatore. Egli incarna i principi superiori della personalità umana per rappresentare l’Anima intellettuale nella quale si sintetizzano il principio pensante (Bagatto), il centro dell’energia volitiva (Imperatore) e l’affetto (Innamorato). Ma a differenza dell’Imperatore, seduto sopra un cubo immobile, il Trionfatore percorre il mondo su un veicolo a forma cubica.
Questa forma indica sempre una realizzazione corporea. Applicata al trono mobile della spiritualità che agisce, suggerisce l’idea di un corpo sottile dell’anima, grazie al quale lo spirito si manifesta in maniera dinamica. Il corpo cubico del Carro corrisponde al supporto invisibile di ciò che è visibile. La sua natura eterea si afferma grazie al globo alato degli egiziani, che decora la parte frontale del veicolo.
Questo emblema figura al di sopra del simbolo orientale relativo al mistero dell’unione dei sessi, come per dire che il cielo non può agire sulla terra se non unendosi ad essa in un atto d’amore. Il Carro tocca il suolo soltanto attraverso la mediazione delle ruote.
Esse rappresentano l’ardore vitale mantenuto dal movimento e che balza nella materia quasi per attrito. Le ruote sono in contrasto con il baldacchino azzurro che è l’immagine del firmamento, e come tale separa il relativo dall’assoluto; ci ripara ed arresta opportunamente lo slancio troppo ambizioso del nostro pensiero, dei nostri sentimenti e delle nostre aspirazioni.

Il trionfatore dirige il suo carro e guarda diritto davanti a sé, senza perdersi tra le nuvole di un misticismo sterile. Sopra il suo capo brilla l’emblema del sole, al centro di stelle che corrispondono ai pianeti. Dagli angoli del carro s’innalzano i quattro sostegni del baldacchino.

Armato di una triplice squadra, il signore del carro persegue un ideale di perfezione morale che si applica allo spirito, all’anima, al corpo. Egli concilia le opinioni opposte, induce gli avversari a comprendersi, pone fine alle discordie intellettuali e fa rinascere sentimenti di fraterna benevolenza. Impone l’equità anche negli atti più trascurabili; in altre parole, veglia sulla conservazione di una gentilezza squisita, madre di ogni vera civiltà.

Due cavalli (oppure due sfingi) trainano il Carro. Non sono due animali separati, ma uno solo a due teste. Un mostro capace di camminare in entrambi i sensi si immobilizzerebbe, se non fosse unito al carro per la metà del suo corpo. Il merito del trionfatore consiste nell’averlo saputo soggiogare, poiché egli utilizza, in questo modo, energie che, abbandonate a se stesse, non possono fare altro che neutralizzarsi reciprocamente.

Sotto il profilo divinatorio l’arcano numero sette significa trionfo, vittoria, fermezza. Spiritualità che cresce; progresso, evoluzione intelligente, principio costruttore dell’universo. Significa padronanza, dominazione assoluta su se stesso; governo, sovranità dell’intelligenza, discernimento conciliatore. Talento, riuscita grazie al merito personale. Rappresenta il successo legittimo, diplomazia leale; abilità di trarre beneficio dall’azione avversa, avanzamento, situazione di dirigente o di capo.

DESIDERA SOLO CIO’ CHE E’ GIUSTO E SAGGIO PER TE STESSO: LOTTA E VINCERAI!

 Una collina, un cielo azzurro ed una farfalla che vola. Un Carro nel cielo. Il paesaggio parla di pace: la pace interiore che si raggiunge dopo tante lotte, preludio alla vittoria, al primo vero trionfo interiore. La vittoria è su se stessi, sui propri timori, sulle proprie incertezze; ed in questo momento l’iniziato si sente trionfatore, colui che ha vinto la prima, la più importante battaglia su se stesso.
Compare davanti al giovane un uomo a cavallo; si arresta, lo guarda e dice:
“Vedi? Questa è la pace interiore raggiunta dopo tante fatiche. E’ la tua prima vittoria; nella tua vita vi saranno altre battaglie e dovrai sempre cercare di vincere , ma non dimenticare mai questa prima vittoria. Ti sarà utile nei momenti di crisi ricordare come ora ti senti completo; più forte, con maggiore fede nella vita. Desidera solo ciò che è giusto per te stesso e per gli altri. Solo in questo modo raggiungerai la giusta conoscenza e darai spazio al tuo essere superiore. Sappi che quando sei pronto e maturo le potenze superiori si rivelano alla tua anima ed essa compie così un altro gradino nell’evoluzione”.

Il cavaliere lo saluta con un gesto della mano poi si allontana. Il giovane ha compreso; deve imparare a vedere il mondo che lo circonda con la propria anima. Egli lascia, ora, che sia lei ad agire. Il suo lato superiore risvegliato prende le redini del carro e lo conduce nella giusta direzione.
L’anima del giovane ha imparato a desiderare ciò che è giusto per la sua crescita. L’iniziato riflette sulla sua nuova conquista: il dominio di se stesso che porta all’equilibrio. Solleva gli occhi verso il carro. Trainato da due cavalli, sembra rappresentare la sua vita e la sua capacità di saperla guidare nella direzione giusta. Se saprà spingerlo verso la vita interiore, l’introspezione, lo spirito avrà il sopravvento ed i desideri terreni, le passioni non avranno più potere su di lui. In questo modo egli avrà raggiunto un gradino più alto nella scala iniziatica. Allora egli percepirà il suo corpo fisico solo come l’involucro esteriore della sua anima, e dovrà prendersi cura di entrambi nel migliore dei modi.
Il suo maestro interiore lo incoraggia, lo sprona e gli dice:

“Non fermarti, continua, lotta per te stesso, per la tua vita, per la tua libertà, per ciò che hai conquistato fino a questo momento. Sii te stesso, sempre, non negarti nessuna possibilità; nulla può e deve fermarti. La tua vita è nelle tue mani, dipende solo da te come condurla. Non sei solo! Io sarò al tuo fianco in ogni momento della vita e ti aiuterò a superare gli ostacoli, a comprendere le scelte che dovrai compiere, a rialzarti dopo ogni caduta”.

Dopo aver udito queste parole l’iniziato si sente pronto per il prossimo passo, per affrontare una nuova prova. Il suo cammino si fa più spedito e sicuro. Sempre più velocemente percorre l’ultimo tratto di collina. E’ convinto che il cammino sia ancora lungo, ma si sente rinnovato e purificato, come se si fosse liberato di un abito vecchio e malandato per indossarne uno nuovo. In lontananza intravede un portale; sa che, finalmente, può proseguire oltre.

(Tratto da testo elaborato da Emanuela Cella Ferrari)

Sul treno – 23 giugno

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“Allegoria delle farfalle”

Una notte le farfalle si riunirono

in assemblea, volevano conoscere

che cosa fosse una candela. E dissero:

“Chi andrà a cercar notizie su di essa?”

La prima andò a volare intorno a un castello

e da lontano, dall’esterno vide

una luce che brillava. Tornò

e con parole dotte la descrisse.

Ma una saggia farfalla – presiedeva

lei l’assemblea – le disse:

“Tu nulla sai”.

Ed un’altra partì, si avvicinò

arrivò sino a urtare nella cera.

Nei raggi della fiamma fece svoli.

Tornò, raccontò quello che sapeva.

Ma la farfalla saggia disse: “Tu,

tu nulla più della prima hai conosciuto”.

Un terza si mosse infine, ed ebbra entrò

battendo le ali forte nella fiamma

tese il corpo alla fiamma, l’abbracciò

in essa si perdette piena di gioia

avvolta tutta nel fuoco, di porpora

divennero le sue membra, tutte fuoco.

E quando di lontano la farfalla

saggia la vide divenuta una

cosa sola con la candela, e tutta luce

disse: “Lei sola ha toccato la meta, lei sola sa”.

Chi più di sé è dimentico

quello tra tutti sa.

Finché non oblierai

il tuo corpo, la tua anima,

che cosa mai saprai

dell’Amata?

(Attar)