Piccolo e Grande

La responsabilità è il prezzo della grandezza.

(W. Churchill)

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Il lato peggiore delle parole è costituito dal fatto che ci danno la sensazione di essere in grado di farci capire e di capire gli altri. Ma, appena voltiamo le spalle e ci ritroviamo faccia a faccia con il nostro destino, scopriamo che non sono sufficienti. Conosco una moltitudine di individui che – a parole – sono degli autentici maestri, ma che si rivelano incapaci di vivere ciò che predicano! Inoltre, una cosa è descrivere una situazione, un’altra è sperimentarla. Ecco perché ho compreso da tempo che, quando un guerriero insegue il proprio sogno, deve ispirarsi a ciò che realmente fa, non a quello che immagina di fare.

(P. Coelho, Aleph)

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I runners imparano la felicità, ecco come fanno

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Per capire quanta gioia possa generare la corsa, bisogna essere runners. Non mi è mai piaciuto fare classifiche tra chi corre ma non tutti quelli che calzano un paio di scarpette e vanno fuori a camminare possono essere definiti tali.

Quelli che considerano la corsa poco piu’ che un passatempo, un’attività alternativa allo shopping, alla serata con gli amici o all’uscita in pizzeria non raggiungeranno mai il grado di consapevolezza necessario ad ottenere i benefici, soprattutto psicologici, che possono derivare dalla corsa.

Aggiungo, senza timore di sembrare eccessiva, che un vero runner impara che riuscire ad essere felice è strettamente collegato alla volontà di esserlo ed impara faticosamente a sue spese che tale condizione psicologica non è uno stato naturale ma qualcosa da nutrire ogni giorno come una qualsiasi creatura.

E’ l’attenzione continua a ciò che si sta facendo, è il chiudere fuori tutto il mondo, lo sforzo di migliorare la prestazione a generare la gioia, che ad occhi estranei potrebbe anche sembrare eccessiva. Non piu’ tardi di due giorni fa una persona, di fronte alle mie manifestazioni di goliardica esaltazione mi ha detto:”Diventi felice per così poco?”

Ora, a parte che essere felici con poco al giorno d’oggi dovrebbe essere considerato auspicabile, questa è la prova che solo un vero runner, e non un corsaro della domenica, può capire veramente cosa c’è dietro queste esternazioni manifeste ed anche un po’ esaltate, diciamolo.

Non solo il running ma tutte quelle attività che ci prendono senza risparmio di passione ci rendono felici allo stesso modo ed è proprio questo il punto dolente: quante persone veramente passionarie ci sono al mondo, quanti riescono a chiudere fuori gli intrusi, anche solo per un’ora o due al giorno? Quanti sanno ancora divertirsi senza distrazioni, senza controllare continuamente whatsapp, solo con uno sforzo della propria volontà?

Non posso rispondere a questa domanda, credo che ognuno debba farlo per conto proprio, rispolverando quelle cose dimenticate, magari dall’infanzia, che rendevano felici, poi seppellite dagli eventi della vita, dalle preoccupazioni travolgenti.

Sembra strano, ma ciò che il running insegna è proprio l’ESSERCI veramente nel momento in cui ci si allena, l’impossibilità di preoccuparsi di altro proprio a causa dello sforzo che richiede. Involontariamente, è proprio questo che determina il miglioramento nell’atleta, e dal miglioramente riceve ulteriore gratifica e successiva possibilità di essere ancora piu’ concentrato e felice di se’ in futuro, oltre ad essere automotivato.

Ecco perchè quando sento che alcuni cercano la motivazione nella corsa di gruppo, capisco che sono ancora molto indietro in questo percorso: la motivazione va cercata dentro di se’, nel raggiungimento degli obiettivi, piccoli o grandi che siano, diversi per ognuno. Anche obiettivi troppo rigidi possono danneggiare la motivazione perchè l’eccessiva attenzione verso il risultato finale, verso la prestazione a tutti i costi rovinano il divertimento e cioè il motivo principale per cui si corre.
L’ansia da prestazione è in grado di rovinare le cose piu’ belle della vita, in qualsiasi campo.

Maria Antonietta BS

(originally posted on Divagazioni – non sono riuscita a ribloggarlo e quindi lo riporto copiato. Quanta verità…)

L’Anima

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(Questo è il colore della mia anima – collezione privata chiediloamanu)

Chiamate, vi prego, il mondo la valle del fare anima. Allora scoprirete a che serve il mondo

(J. Keats)

Questo mondo viene di solito chiamato, dai superstiziosi e dagli ignoranti, “una valle di lacrime”, da cui saremo redenti grazie a qualche arbitrario intervento di Dio, e portati in cielo. Che concetto ristretto e rigido! Piuttosto, se vi va, chiamiamolo “la valle che forma l’anima”. Allora, sì, sarà possibile comprendere a che cosa serve il mondo […]. Io dico che forma l’anima, distinguendo l’anima dall’intelligenza. Ci possono essere intelligenze o scintille della divinità a milioni – ma non ci sono anime finché le scintille non hanno raggiunto un’identità, finché ognuna non è individualmente sé stessa. Le intelligenze sono atomi di percezione: conoscono, e vedono, e sono pure; in breve sono Dio. Ma allora come si formano le anime? Come riescono queste scintille, che sono Dio, a ricevere un’identità, così da possedere una beatitudine propria, specifica di ogni singola esistenza? Come, se non grazie a un mondo come il nostro?
(da Lettera a George e Georgiana Keats, 18 febbraio 1819)
(thanks to equilibristasquilibrato and his new colourful avatar)

Arcano XVIIII (Le Soleil)

le soleil

Prometto inoltre giuro che, con il Consenso divino, a partire da questo giorno mi dedicherò alla Grande opera…cioè a purificare ed esaltare la mia Natura Spirituale, affinché, con l’Aiuto Divino, io possa al fine divenire più che umano, e così elevarmi gradualmente e unirmi al mio Genio Divino Superiore, e che in tal caso non abuserò del grande potere a me affidato.

(Golden Dawn – Giuramento)

“…l’ uomo è ben misera cosa,

giacca stracciata su uno stecco, a meno

che l’anima non batta le mani e

canti, canti più forte

ad ogni strappo nella sua veste mortale,

né vi è altra scuola di canto che studiare

i monumenti della sua magnificenza…”

(W.B. Yeats, Sailing to Byzantium)

Poesie del mattino by chiediloamanu (14 luglio)

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Tempi e modi

per verbi senza senso.

L’assoluto.

Esistono verbi per i quali tempo e modo non hanno senso: sono verbi “assoluti” che non hanno bisogno di essere declinati ma solo di essere sentiti perché le parole a volte non hanno senso.

Sono verbi e parole simili alla marea che sale e scende in un moto incessante e perpetuo dove l’onda lascia le conchiglie e ritira i sassi.