Flying over my desk (Tati devoted)

Butter

A Pink Pink Butterfly

Flying over my desk

To remind me

that

Life is dancing in my Heart

Love

Against all the odds.

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Koan XVIII ovvero rabdomante di facezie

mosca

Cos’è la Volgarità?

E’ la scagazzata di una mosca o di un moscone (di base non l’ho mai capita la differenza…) sul cuscino bianco che hai appena lavato. Allora scegli se prendere il “flit” e stecchire l’amante di escrementi col veleno oppure spiccicarlo senza pietà sotto l’apposita paletta. In ogni caso lo elimini cosi non insozza più la biancheria pulita.

Arcano VIIII (L’ Hermite)

Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.

(M. Gandhi)

Poniamo più attenzione nel far credere agli altri di essere felici che non cercare di esserlo veramente.

(François de La Rochefoucauld)

eremita-tarocchi

Non abbiamo nessuna altra guida se non noi stessi e la nostra legge interiore, quella che ci guida nei momenti e nelle scelte anche quelle banali di ogni giorno.
Senza timori, perché niente è impossibile per chi ha Fede.

E accanto alla Fede dobbiamo usare Prudenza: vigilare, essere consapevoli e pronti a cogliere il segno divino nella vita quotidiana.

E andare avanti forti della nostra vera essenza, senza cercare consensi.

La sintonia con l’Universo e con se stessi, la vera Gioia, spesso arriva nel silenzio e nell’umiltà dell’ essere solo ed esclusivamente se stessi, senza maschere o finzioni.

La Bellezza (che non c’é)

Aphrodite_of_Milos

Lo so, l’articolo è un po’ lungo ma credo valga la pena di leggerlo visto che non è sempre facile ed immediato trovare in rete produzioni “di qualità” che stimolino i  neuroni al pensiero critico e consapevole.

Lo ho trovato postato da Nico Valerio su nicovalerio.blogspot.it.

L’ unico commento è che non credo ci siano commenti al proposito e l’unica avvertenza che mi “autofaccio” è che bisogna essere sempre vigili e lavorare sulla propria consapevolezza perché questa è l’unica arma che rimane per difenderci da un mondo dove il Brutto sembra farla da padrone.

Estetica d’oggi: il brutto, il volgare, il cattivo gusto e il kitsch sono “più sexy”

Viviamo nel brutto perché in fondo siamo brutti, o viceversa? Ah, saperlo… Se un artista o un artigiano del passato, resuscitasse, avrebbe un colpo al cuore nel vedere come la moderna società dell’Occidente vive beata tra brutture, trasandatezze, volgarità, oscenità estetiche, rozzezze, accostamenti sbagliati, cattivo gusto involontario e voluto snobismo kitsch. Altro che l’alienante Metropolis di Fritz Lang, la città del futuro è già attuale, e ben più alienante per gli esteti e i raffinati: è Kakopolis, la città del brutto.

La pubblicità, la comunicazione, il design, lo spettacolo, che un luogo comune sbagliato dipinge come dediti solo a propagandare il bello, al contrario – se ci facciamo caso – fanno risultare vincenti solo oggetti, poster, attori, libri, musiche ecc. “bruttini, ma originali”. E’ quello che si dice per certe attrici di successo: “è un tipo”. Ma ormai, capito il trucco, l’industria senza scrupoli mette in commercio direttamente il brutto e volgare, perché hanno scoperto una verità psicologica disarmante: “il brutto si nota più del bello”, e in conseguenza “il brutto si vende di più”. Come lo “strano” spicca di più per la strada di ciò che appare come “normale”, “solito”, “ordinario”. Se non altro per quel processo di identificazione del pubblico (la donna e l’uomo della strada) nei personaggi pubblici, i cosiddetti Vip o membri del jet-set, che non è affatto vero che sono “bellissimi, alti e con gli occhi azzurri”.

Il marketing ha subito preso atto di questi gusti popolari con cinico utilitarismo. Me ne accorsi a mie spese. Alle mie proteste per le brutte copertine dei miei libri confezionate dai loro grafici, i dirigenti della Mondadori risposero più o meno così: «Ma guardi che i nostri esperti ci dicono proprio il contrario: le copertine un po’ irregolari o sottotono che lei definisce brutte, sono le più guardate, quelle che attivano di più lo sguardo». Mi ritirai con la coda tra le gambe: sono un cultore della psicologia.

Perfino l’erotismo e la pornografia, che qualcuno crede ingenuamente dediti solo a diffondere il “bello”, si sono accorti che alla fin fine “il brutto piace ed erotizza più del bello”.  Infatti secondo numerose ricerche di psicologia della comunicazione e della percezione, il brutto, l’irregolare, anche il “cafonesco” e il maleducato, sarebbe addirittura “più sexy”, secondo la obliqua sensibilità della società di massa. Ecco perché oggi vanno di moda le donne “nerd”, bruttine, volgari, o con vistosi occhiali, o un po’ grasse. Perché fanno subito pensare al sesso. La prostituta, infatti, ha sempre qualcosa di più rozzo e volgare o antiestetico della tipica signora borghese elegante. Paradossi della psiche. Insomma, il cattivo gusto piace.

Beati gli Antichi del “kalòs kai agathòs”, del bello così bello da diventare perfino buono, cioè virtù. L’etèra Frine non è Madame Curie o la Levi Montalcini: perciò ha bisogno di spogliarsi per rivelare il Grande Disegno razionale che è in lei, il Logos nientedimeno. Nuda rivela di essere bella e viene assolta dal giudice, che per paradosso contrariamente alle apparenze pratica un diritto “sostanziale”, non formale, perché una persona capace di costruire con intelligenza e rigore la propria armonia avrà dentro di sé criteri severi utilizzabili anche nel resto della personalità, morale compresa.

Insomma, l’etica è l’estetica. Perfino negli stereotipi psicologici: gli autori del cinema e della tv sanno bene che per gli spettatori i personaggi belli sono buoni e i brutti cattivi.

Ma la bellezza come criterio generale morale comprende anche la giustizia. La bruttura, una certa bruttura, evoca infatti l’ingiustizia. Le baraccopoli di cartone, le favelas dei diseredati delle città stringono il cuore quando scopri che la loro disarmonia è insieme estetica, sociale e morale. Anche per il linguaggio comune, non solo per i fini giuristi che vi scopriranno degli errori di diritto, è brutta una sentenza che manda assolto il deputato corrotto o il terrorista. Perché disarmonica: la forma non corrisponde alla sostanza. Perché rompe un equilibrio complesso e raffinato che è, deve essere, legge di civiltà.

E per prima cosa, l’arredo urbano, l’urbanistica e l’architettura si sono degradate per mancanza di questo “ethos” popolare. Nell’antichità il tempio etrusco-romano come poi il duomo d’Orvieto per essere costruiti dovevano piacere a tutti, dalla casalinga al colto letterato. E infatti a tutti piacevano.

Oggi, al contrario, l’arte contemporanea non piace più al popolo. E non perché sia “bella”, ma perché è di una bruttezza diversa dalla bruttezza abituale. In questo caso, è l’intellettuale stesso che crea il brutto, sotto sotto come messaggio di rivolta e distinzione. Pensiamo non solo alla pittura, ma anche alla musica rock e pop. Se tutti fanno cose brutte, il brutto diventa linguaggio normale. L’anti-estetica perde la sua carica di rivolta e rivela quello che è davvero: conservazione, appoggio al sistema, consumismo, regresso intellettuale.

D’accordo, l’Occidente fa schifo. Ma allora andrà meglio altrove? Per carità. Anzi, l’Europa orientale, l’Oriente, il Sud del mondo, stanno ancora peggio. Per povertà o incultura ancora maggiore, (già a cominciare dalla Grecia) là è il regno del non-finito, della non-manutenzione che stende una coltre di bruttura su tutto, del cemento a vista, dei tubi, della plastica, del rifiuto riciclato, degli elettrodotti che rovinano ogni visuale, perfino negli Stati Uniti.

L’uomo e la donna-massa non “amano il brutto”, sia chiaro: semplicemente non lo riconoscono. Lo producono di continuo, senza riconoscerlo. Il che dice tutto. Quei pochi che lo riconoscono, poi, non gli danno importanza, come se l’estetica non fosse un elemento importante della vita, che può parlare, elevare l’animo o offendere come e più delle parole e delle azioni.

E il guaio è che “tutto ha un significato”, non solo il grande Beauburg o un distributore di benzina, ma anche i particolari più minuti e personali della vita quotidiana. Dai pantaloni a mezz’asta (“alla pescatora”) che accorciano ancor più le gambe corte delle donne rendendole buffe, grasse e anti-sexy (possibile che non se ne rendano conto, loro che stanno sempre allo specchio?) ai supermercati, dalle fioriere e panchine delle isole pedonali alle pensiline delle fermate dei bus, dalle assurde piste ciclabili tra le case alle torri di acciaio alte oltre 100 metri e munite di enormi pale rotanti uccidi-uccelli che con la scusa del vento (inesistente) rovinano i panorami dell’Appennino, dall’architettura a “scatola di scarpe”, tipo il Mausoleo dell’Ara Pacis di Adriano del sopravvalutato Meyer che deturpa il Centro storico di Roma, fino ai tozzi sandali che mostrano orribili talloni, dai jeans stinti e sdruciti abbinati a giacca e cravatta, alle sportine di plastica della spesa, alle gonne lunghe, magari di voile, con le scarpe di ginnastica, meglio se dorate o tempestate di diamanti di vetro, dalle capigliature corte e gli eterni pantaloni femminili (“alla maschietta” si diceva negli ambigui anni Trenta), è tutta una débacle.

Hai voglia a ripetere che quello estetico, proprio come quello umoristico, dovrebbe essere il più alto esercizio d’intelligenza. Figuriamoci: è completamente assente nella nostra società. Altro che Metropolis, oggi un redivivo Fritz Lang esteta la chiamerebbe “Kakopolis”. Ma sì, la città del brutto e del cattivo. Che poi sono la stessa cosa.
Il brutto non è solo un paio di scarpe così disarmoniche, purché “originali”, da offendere la vista e la ragione. Sono spacciate in modo contorto per una rivalutazione del cattivo gusto o kitsch, insomma per scelta intellettuale.

Ma è anche la quotidiana trasandatezza, innocente perché sembra naturale, insomma il brutto casuale e spontaneo dell’uomo-massa, o il velleitarismo patetico da imitazione. Come la canottiera corta sul ventre obeso, o i calzini sotto i sandali, o un largo cappello da cerimonia portato da una ragazzina bassa, con sedere basso e scarpe basse. Diffusissimi i pantaloni a mezz’asta o i “pinocchietti” in persone che già hanno le gambe corte, e con questi orribili vestiti sembrano volersi tagliare le gambe ancora di più, in un masochismo cieco.

La donna appare la più penalizzata da questa non-intelligenza della moda. Sembra quasi che la dimensione estetica, che è armonia, cioè rapporto tra elementi diversi (proprio come il processo logico) e quindi un’importante lato dell’intelligenza, sia appannaggio d’una minoranza esigua di uomini.

Ma, almeno i mass-media e la cultura… Macché. Basta “guardare” (senza leggere, sia chiaro, tanto si tratta sempre delle stesse cose, scopiazzate, superficiali e mal scritte) i giornali e le riviste, peggio ancora gli inutili se non agli uffici marketing supplementi dei quotidiani, zeppi di pubblicità orribile, composti in caratteri brutti, impaginati in modo antiestetico da art-director e capi-servizio che – è evidente – ormai odiano lo scritto, non leggono più nulla. Anche loro “guardano” le pagine che compongono di malavoglia infilando qua e là a caso titoli brutti, foto brutte, grafiche brutte.

Nessuno più dei giornalisti odia la carta stampata. E si vede, anche senza leggere un rigo. Se uno oggi proponesse di rifare, per esempio, “Il Mondo” di Pannunzio, sempre decantato dagli ipocriti, verrebbe accompagnato alla porta come un povero mentecatto di villaggio montano.

E non parliamo dei libri. Per tacere pudicamente dei tanti piccoli editori, piccoli solo perché per loro limiti estetici e culturali non potranno mai diventare grandi, per non trattare il tema della banalità e inutilità del 99 per cento dei libri (storie senza capo né coda, romanzi brutti o mal tradotti, saggi inutili, mal scritti e incomprensibili), quasi tutti i libri dei grandi editori sono orribili già per l’aspetto estetico, inguardabili perfino in libreria: copertine kitsch o invisibili, caratteri e titoli sbagliati, foto insignificanti. Perfino mal rilegati e mal stampati, e ormai su carta bianca tipo “stampante da pc”. Anche qui i grafici del cattivo gusto sottoculturale imperano. Solo il prezzo è giusto, per gli editori, ovviamente.

Sul mensile ecologico inglese “The Ecologist” il contraddittorio e snob miliardario ambientalista Zacharias
Goldsmith, ex direttore del giornale bibbia del movimento verde, ex-antinuclearista convertito all’atomo e oggi consigliere dei Tories (conservatori) di David Cameron, ha elencato quasi per un gioco mondano coi colleghi di redazione tutto il brutto (“ugly”) che attornia un uomo d’oggi, non solo nel Regno Unito. In un articolo che ha fatto scalpore è venuto fuori di tutto, non solo agricoltura intensiva e globalizzazione, prevedibili per un ecologista, ma anche alcune idiosincrasie dello snobismo inglese a cui dà fastidio che anche la società di massa faccia le cose inventate dall’élite conservatrice: dall’insalata pronta nelle buste di plastica sottovuoto all’abbronzatura esibita fuori stagione, dai “saldi” natalizi che iniziano ormai a ottobre, dai fuochi d’artificio alle piste ciclabili, dai nuovi “centri residenziali” alle auto utilitarie. Insomma, l’insofferenza, il rifiuto delle forme dell’attuale società di massa.

Per carità, hanno ragione. Quello che noi ambientalisti e liberali abbiamo sempre detto. Solo, c’è solo da chiedere a questi ricchi esponenti dell’establishment inglese snob (sì, perché non sono mai i veri aristocratici) che arrivano solo ora, al culmine del successo e a conto in banca rimpinguato: ma dove eravate nei decenni passati, quando queste brutture, gravi e meno gravi, sono state pensate e programmate?

Sul treno – 1 luglio

Hanlon’s Razor (Il Rasoio di Hanlon)

Never attribute to malice that which can be adequately explained by stupidity.

Non attribuire mai a malafede (o cattiveria) quel che si può ragionevolmente spiegare con la stupidità. 

240px-The_wheel_of_life,_Trongsa_dzong