Halloween

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.

(W. Shakespeare, “Amleto”)

PicsArt_1446295133916
E se si trasformano in un cocchio?

Non ho mai amato Carnevale e neppure Halloween: tutto quello che fa “maschera” mi sa di falso e fintamente allegro, forzatamente ridanciano.

Ciò non toglie che mi ” sono fatta ” le sfilate dei carri, le feste a scuola e che ho vestito e truccato i miei figli. Ciò non toglie che mi sia divertita come una matta quando ho dovuto truccare Giacomo da mummia per un Halloween-last-minute, con unico materiale disponibile cinque rotoli di carta igienica che il povero mio figlio ha perso “a strappi” lungo la strada da casa alla festa…, però era una bellissima mummia… morbida morbida… cinque piani di morbidezza… Ciò non toglie che questa sera darò i dolcetti ai ragazzini che festeggiano una festa che non appartiene loro e che manco sanno da dove viene ma l’ hanno vista in tv e tanto basta per saccheggiare gli scaffali dei supermercati dei cappelli, costumi e trucchi.

Per il resto, non dimentichiamo…

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4566:saper-dire-lgrazier-agli-incontri-della-nostra-vita-a-cominciare-da-chi-non-e-piu-fra-noi-di-francesco-lamendola-06112008&catid=130:nuovo-umanesimo&Itemid=161

– 30

Scrivo il – 30 con grande gioia. Ed ecco la fine della riflessione.

Felice week end a tutti.

Qualcuno potrebbe obiettare che non sempre è così: che esistono delle persone ipersensibili le quali non possiedono la fermezza, la costanza, la forza d’animo per controbilanciare gli svantaggi della loro condizione; persone che, messe di fronte ai problemi della vita, non riescono ad affrontarli e ne finiscono crudelmente schiacciate. Questo è vero: bisogna essere onesti e riconoscere che, talvolta, le cose vanno proprio in questo modo.

La stessa cosa, però – se si vuole essere altrettanto onesti – bisogna riconoscere che avviene anche rispetto ad altre doti dell’animo. L’intelligenza, per esempio, quando è particolarmente acuta, ma astratta, e non accompagnata da forza di volontà e chiarezza di percezione, può ritorcesi contro colui che la possiede e rendergli la vita più difficile, perché gli consente di vedere in maniera fin troppo chiara tutti gli ostacoli che sorgono sul suo camino e, al tempo stesso, la grande difficoltà di oltrepassarli.

La stessa cosa si può dire per le doti del corpo, prima fra tutte la bellezza. È fin troppo evidente che essa costituisce una marcia in più per colui o colei che la possiedono, ma solo a condizione che si accompagni alla saggezza nel modo di gestirla: perché la bellezza è una forza poderosa, che può essere tanto benefica quanto distruttiva per chi non ne sappia fare buon uso.
Quanti belli e quante belle del cinema, dello spettacolo, della moda, sono finiti male, magari suicidandosi, a causa di un malessere esistenziale accentuato dalla loro condizione di apparenti privilegiati dalla sorte? Perché la bellezza rende anche molto vulnerabili e, in un certo senso, ricattabili da parte degli altri: ci si aspetta, infatti, che la persona bella lo sia sempre, ad ogni costo: a dispetto delle preoccupazioni, dei dispiaceri, e perfino dell’età: cosa, evidentemente, impossibile. Se la bellezza è una forma di potere, lo è a doppio senso: a vantaggio chi la possiede, ma anche a danno di chi la possiede.

Per tornare alla sensibilità, quindi, non bisogna fare l’errore di giudicare le cose guardandole solo da un punto di vista: per poterle valutare esattamente, bisogna guardarle sotto tutti i punti di vista; bisogna, per così dire, girar loro attorno, e considerarne anche i lati nascosti. La sensibilità, il più delle volte, si accompagna ad altre doti che offrono la possibilità di trarne il massimo vantaggio, in termini di consapevolezza e di pienezza esistenziale: sta al singolo individuo che l’ha ricevuta in dono, poi, di imparare a farne buon uso.

Mentre sto scrivendo, dalla finestra posso vedere un immenso scenario che si sta spalancando dalle nuvole squarciate, al termine di un violento acquazzone, ed i raggi del sole al tramonto erompono da dietro i cumuli che si erano posati al fondo della valle e che stanno ora cominciando a risalire lungo le colline.

La vegetazione esplode di mille note freschissime di colore e infinite sfumature di verde si accendono sugli alberi, nei vigneti, negli orti, nei giardini e più in su, lungo i fianchi delle colline e delle imponenti montagne retrostanti; una luce incantevole, magica, si posa su tutto, abbracciando ogni cosa nella sua gloria fiammeggiante
È la sensibilità che permette agli esseri umani di vedere e apprezzare sino in fondo le meraviglie del mondo in cui vivono; è la sensibilità che consente loro di fondere le impressioni del presente con i giochi della fantasia e con i dolci ricordi del passato, dipingendo un affresco incantato con vivaci pennellate cariche di poesia.

Se non vi fosse la sensibilità, il mondo ci si presenterebbe come opaco e spento ed ogni cosa, ogni suono, ogni profumo, scivolerebbero via veloci, senza lasciare traccia nel nostro animo; la nostra vita sarebbe ristretta entro gli angusti orizzonti delle necessità pratiche, del calcolo, della convenienza, dell’interesse
Tutto sarebbe veramente molto squallido; e la cosa più squallida sarebbe proprio l’impossibilità di rendersene conto, perché solo la coscienza della nostra natura di creature sensibili ci permette di stabilire la differenza qualitativa che corre tra un mondo ridotto a puro gioco di interessi in competizione ed un mondo abbellito e ingentilito da una luce soave di bellezza.

Sia lode a quella benevola forza creatrice che ci ha dato, insieme all’incanto del mondo, la possibilità di esserne coscienti e, perciò, di diventarne partecipi.

Dovremmo ricordarcene sempre, in ogni singolo giorno e ad ogni singola ora: specialmente quando, piegati sotto la sferza crudele della sofferenza, ci sentiamo talvolta tentati di calunniare la vita e di maledire il nostro essere nel mondo.

La sensibilità è il dono divino che ci offre la possibilità di essere spettatori di una rappresentazione incomparabile, alla quale siamo chiamati a partecipare.

Siamo stati chiamati da sempre, fin da prima di venir concepiti nel seno di nostra madre; fin da prima che il mondo fosse
Non siamo qui per caso.

La forza possente dell’Essere ci ha tratti fuori dal non essere, scegliendoci da prima che il tempo incominciasse ad esistere; e ad essa la nostra anima aspira ardentemente a ritornare.

(Francesco Lamendola – The End)

fonte: http://www.ariannaeditrice.it

PicsArt_1442241499738
Lo stagno

Dedicata a lui.

Which is the villain? Let me see his eyes, That when I note another man like him I may avoid him.
(W. Shakespeare, Much Ado About Nothing)


Chi è il villano? lasciatemi vedere i suoi occhi, così quando noto un altro uomo come lui io posso evitarlo.
(W. Shakespeare, Molto rumore per nulla)

PicsArt_1446228388191
Web image 💙💚💛💜

Riflessioni prima del week end

Ho una riunione alle 16.30 e mi è stato detto che “se necessario si lavora anche la domenica…” ora…, lavorando 10 ore al giorno penso di dare il mio dignitoso contributo per quello per cui vengo pagata. Lasciamo stare.

Avrei potuto intitolare questo post “- 31 bis” ma ecco che mi torna alla mente un articolo che ho letto… e quindi lo intitolo ” Riflessioni prima del week end ” che mi auguro non funestato da noie e rotture di scatole.

Poi, ognuno pensi ciò che vuole e intanto io spengo il BlackBerry.

PicsArt_1446216802161
Working shoes

 

Contro l’ideologia del lavoro

Una delle caratteristiche dell’èra economica secondo i suoi aspetti più squallidi e plebei è appunto questa specie di autosadismo, che consiste nel glorificare il lavoro come valore etico e dovere essenziale, e nel concepire sotto specie di lavoro qualsiasi forma di attività». Così si esprimeva Julius Evola nella sua celebre opera Gli Uomini e le Rovine (1953). Nell’epoca moderna infatti, a differenza che nelle società antiche, il lavoro cessa di significare qualcosa che si impone semplicemente per soddisfare delle esigenze materiali per divenire un fine in se stesso. Da condanna a cui l’uomo è costretto per soddisfare i propri bisogni materiali («ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte» è scritto nella Genesi) esso diventa un valore in se stesso. La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazioni e orrori. Ci sono voluti diversi secoli di aperta violenza su larga scala per sottomettere gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo del lavoro.

Nell’Antichità europea, il lavoro veniva disprezzato proprio perché era considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Tale disprezzo lo troviamo tanto nei Greci e nei Romani quanto nei Traci, nei Lidii, nei Persiani e negli Indiani. In Grecia soprattutto esso era percepito come un’attività servile, che in quanto tale, era in antagonismo con la libertà, e quindi con la cittadinanza. Tanto è vero che in greco il termine ponos che sta ad indicare l’attività lavorativa era sinonimo di sforzo, fatica, pena e sofferenza.

Lo stesso stato d’animo vigeva a Roma. A proposito del lavoro manuale Seneca dice che è «privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la più semplice apparenza dell’onestà».

Cicerone aggiunge che «il salario è il prezzo di una servitù», che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in officina». La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. “Lavorare” (laborare) ha spesso il significato di “soffrire”: «laborare ex capite», “soffrire di mal di testa” Viceversa la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”).

Quanto alla parola moderna francese travail, essa scaturisce dal termine tripalium, che in origine era uno strumento di tortura.

Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della “comodità”, rappresentata dall’esistenza di schiavi; essa esprime, in realtà, un concetto molto più importante: la libertà – come d’altra parte anche l’eguaglianza – non può risiedere nella sfera della necessità e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, ovverosia al di là dell’economico.

L’idea contemporanea del lavoro ha origine con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al secolo XVIII, il termine “lavoro” (laboul; Arbeit, travail) designava la pena dei servi e dei giornalieri, che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita, che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano” “operavano” e nella loro “opera” potevano utilizzare il “lavoro” di uomini di fatica, chiamati a svolgere compiti grossolani. La produzione materiale non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica.

Benché Marx nella sua Critica al Programma di Gotha (1875) avesse affermato contro Lassalle che non il lavoro bensì la natura era la fonte di ogni ricchezza i regimi comunisti hanno sempre esaltato il lavoro quale strumento di liberazione dell’uomo dal regno della necessità. In Unione Sovietica Aleksej Grigor’evič Stachanov (1906 – 1907) venne celebrato quale “lavoratore modello” ed esempio per tutti gli operai sovietici. Stalin in un suo celebre discorso disse: « […] Il movimento stacanovista rappresenta l’avvenire della nostra industria, reca in sé il germe del futuro slancio culturale e tecnico della classe operaia e ci apre la sola strada per la quale possiamo raggiungere quegli alti indici produttivi indispensabili per passare dal socialismo al comunismo ed eliminare il contrasto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale.»

L’obiettivo che dobbiamo porci oggi non è dunque rinunziare a lavorare bensì fare in modo di vivere in una società in cui non si viva più per produrre ma si produca per vivere.

Perché come scrisse Friedrich Nietzsche in Aurora (1881): «In fondo […] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare.»

(Gabriele Repaci)

http://blog.ilgiornale.it/repaci/2015/10/07/contro-lideologia-del-lavoro/

– 31

La sensibilità è, anche, la parola giusta pronunciata al momento giusto, così come il silenzio affettuoso e partecipe, quando non vi sono parole adeguate alla situazione
La sensibilità è saper godere delle piccole cose, delle piccole gioie, e trasmetterne il segreto anche agli altri, addolcendone le asprezze e medicandone le ferite.

La sensibilità è l’atteggiamento di delicatezza e di profondo rispetto con cui l’io si rapporta al tu, vedendo sempre in esso un soggetto di pari dignità e mai un semplice mezzo.

La persona dotata di sensibilità possiede una ricchezza in più, che la mette in grado di cogliere aspetti del reale i quali sfuggono ad altri, alimentando così incessantemente la propria profonda umanità.

Al tempo stesso, è indubbio che la persona sensibile soffre più delle altre, perché si trova esposta a quegli strali che individui dalla pelle più spessa non avvertono neppure e perché vede con maggiore chiarezza la grande distanza che separa il reale dall’ideale
Un bambino sensibile, ad esempio, soffrirà in modo più intenso e tormentoso della mancanza di affetto dei genitori, della cattiveria dei compagni o di una crudele malattia che ha colpito una persona a lui cara; tuttavia, anche le sue risorse sono in proporzione alla sua sensibilità, per cui difficilmente egli si troverà del tutto indifeso davanti ai colpi della vita.

Il fatto che la persona sensibile sia, per un certo aspetto, più esposta, non significa che la sensibilità sia un dono avvelenato per coloro che lo ricevono, perché le possibilità positive che essa conferisce superano immensamente gli svantaggi, al punto che non è nemmeno possibile istituire un raffronto tra questi e quelle
Per quanto maggiormente esposta ad essere ferita da taluni circostanze della vita, la persona sensibile possiede, non di rado, una visione del reale così profonda e radicata, così matura e consapevole, da poter elaborare anche gli strumenti per riflettere sulla propria condizione e per apprestare nuove risposte alle sfide che le vengono incontro, spostandole, al tempo stesso, su di un livello sempre più alto e spirituale.Nulla di quanto accade alla persona sensibile si perde nei rigagnoli e nella palude stagnante del tirare a campare; su tutto ella medita con profonda serietà, cercando in ogni cosa il significato riposto, l’occasione di una evoluzione e di una elevazione. È ricettiva nel miglior senso dell’espressione: tutto il suo essere è spalancato sul mistero della vita.

Ecco perché l’impressione di fragilità, che talvolta le persone sensibili possono dare ad uno sguardo un po’ superficiale, molte volte non corrisponde alla realtà dei fatti. È vero che, in certe situazioni, esse rimangono come disarmate, là dove altre persone non incontrano che lievi difficoltà o anche nessuna; ma è altrettanto vero che ciò vale specialmente per gli ostacoli di ordine inferiore, per quelli che coinvolgono l’essere solo superficialmente
In moltissimi casi nei quali la posta in gioco è molto più alta; casi nei quali, ad esempio, non si tratta di normali contrattempi della vita, ma di grossi ostacoli e di grosse prove, ebbene le persone sensibili sanno tirare fuori, al momento opportuno, una grinta e una determinazione invidiabili, che gli altri non si sognano nemmeno di possedere. La loro è una forza che emerge nelle situazioni più ardue, là dove è in gioco l’anima stessa di una creatura umana.

Naturalmente, la sensibilità, da sola, può essere un fattore di debolezza nelle circostanze ordinarie della vita, e talvolta anche in quelle straordinarie: i soldati che impazzivano in guerra, o venivano fucilati perché rifiutavano di obbedire all’ordine di avanzare sotto il fuoco nemico, sovente non erano dei vili, ma semplicemente degli uomini sensibili
Tuttavia, si può facilmente osservare che la sensibilità, in genere, si accompagna ad altre doti della mente e del cuore, che la bilanciano e la trasformano in qualcosa di potente, che conferisce a chi la possiede una marcia in più rispetto agli altri, non una in meno. È come se una sapiente distribuzione delle risorse umane avesse tenuto conto di tutto e avesse provveduto affinché un potenziale fattore di forza non si trasformasse in un elemento di debolezza.

( Francesco Lamendola – continua )

PicsArt_1445809731860
Rosa d’autunno, Giardino della mia mamma