Practicing Gratitude

Ecco qualcuno che si considera molto infelice e viene a spiegarmi perché.
Gli chiedo: “Ha ringraziato oggi?
– Ringraziato…? Ma chi? E perché?
– Può camminare? Può respirare? – Sì.
– Ha fatto colazione? – Sì.
– E può aprire la bocca per parlare? – Sì.
– Ebbene, ringrazia. Ci sono persone che non possono né camminare né mangiare né aprire la bocca. Lei è infelice perché non ha mai pensato a ringraziare. Per cambiare il suo stato, dovrebbe anzitutto riconoscere che nulla è più meraviglioso del fatto di essere vivi, di poter camminare, guardare, parlare”. Gli esseri umani avrebbero migliaia di ragioni per ringraziare, ma non le vedono. Sono ingrati. Ecco perché il Cielo li fa passare attraverso varie prove: semplicemente per insegnare loro ad essere finalmente riconoscenti.

( O. M. Aivanhov)

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Grazie a chi mi ha accompagnata in stazione e mi viene a prendere

Grazie a chi ha atteso la mia telefonata alle nove per sapere se stavo bene

Grazie a chi ha condiviso la mia giornata tra telefoni, email e riunioni

Grazie a chi mi ama ma non mi ascolta

Grazie a chi è felice e stasera va a ballare lo zouk

Grazie a chi mi ha fatto un complimento sincero ed io ho riso tra me e me

Grazie a chi mi legge

Grazie a chi mi parla

Grazie a chi mi ascolta e mi sopporta

Grazie a chi mi ha telefonato mentre il mio telefono aveva il silenzioso.

Grazie a chi mi ama, o solo mi è vicino

Grazie a chi se ne è andato via facendo spazio

e grazie infine,

a chi mi ricorda come non voglio essere.

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DISCORSO DI GIORDANO BRUNO A SAGREDO (febbraio 1600)

“Un giorno non lontano una nuova era giungerà finalmente sulla terra. La morte non esiste. La miseria, il dolore e le sue tante tragedie, sono il frutto della paura e dell’ignoranza di ciò che è la vera realtà.”

“Ma quanto tempo ancora sarà necessario?”

“Il tempo dipende da noi, Sagredo. Il tempo è l’intervallo tra il concepimento di un’idea e la sua manifestazione. L’umanità ha concepito il germe dell’utopia e la gestazione procede verso il suo concepimento inevitabile: il secolo passato è una tappa importante, che precede la nascita. Gli Esseri divini vegliano sulla gestazione della terra e alcuni nascono qui per aiutare gli umani a comprendere che la trasformazione dipende dal loro risveglio.”

“Anche voi Maestro siete sceso qui per questo scopo?”

“ Anch’io Sagredo, ma non sono solo. C’è un folto gruppo di Esseri, che sono scesi più volte nel corso della storia e si riconoscono nel grande Ermete, Socrate, Pitagora, Platone, Empedocle… In questo secolo Leonardo, Michelangelo…

“Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa proprio quando il potere si illuderà di aver vinto.”

Rumori di fondo indicano che la visita volge al termine.

“Maestro quando potrò ritrovarvi?”

La porta si apre e compare il guardiano…“Guarda dentro di te, Sagredo ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno. Ascoltala: è la verità che è dentro di te. Sei divino, non lo dimenticare mai!”

“Non ci stiamo separando Sagredo, la separazione non esiste, siamo tutti Uno, in eterno contatto con l’Anima Unica…”

Arcano XI (La Force)

Il coraggio e la forza interiore hanno la meglio sul disordine e la casualità degli eventi.

I piedi della Forza, questa fanciulla che con grazia e leggerezza apre le fauci del leone domandone così la forza bruta, sono ben piantati per terra, nel qui e nell’ora.

Ma il suo copricapo ci parla dell’infinito e solo in questo spazio illimitato l’ essere ritrova dunque la propria dimensione e la propria appartenenza.

la forza

L’oscurità di milioni di persone può essere dissipata dalla fiamma interiore di pochi. Anche una piccola lampada fende una fitta oscurità. Con la presenza, in un paese, di una sola persona che abbia conosciuto l’immortalità dell’anima, tutta l’atmosfera, la vibrazione e la vita del paese cambierebbero. Un unico fiore sboccia e la sua fragranza si diffonde nei luoghi più lontani. La semplice presenza di una persona che abbia conosciuto l’immortalità dell’anima può dare origine alla purificazione spirituale di un intero paese.

(Osho)

L’infelicità nutre l’ego, ecco perché vedi così tante persone infelici al mondo. Il punto centrale, fondamentale, è l’ego. Un uomo di pace non è un pacifista, un uomo di pace è semplicemente un lago di silenzio.

(Osho)

8 ottobre 1971 – Imagine

Imagine there’s no heaven

It’s easy if you try 
No hell below us 
Above us only sky 
Imagine all the people 
Living for today… 

Imagine there’s no countries 
It isn’t hard to do 
Nothing to kill or die for 
And no religion too 
Imagine all the people 
Living life in peace… 

You may say I’m a dreamer 
But I’m not the only one 
I hope someday you’ll join us 
And the world will be as one 

Imagine no possessions 
I wonder if you can 
No need for greed or hunger 
A brotherhood of man 
Imagine all the people 
Sharing all the world… 

You may say I’m a dreamer 
But I’m not the only one 
I hope someday you’ll join us 

And the world will live as one.

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Everything ends with flower, Magnus Gojen Art

Sul treno – 8 ottobre

“Le lacrime del deserto”

Un missionario, appena arrivato a Marrakech, decise che tutte le mattine avrebbe fatto una passeggiata nel deserto che si estendeva oltre la periferia cittadina.
Durante la sua prima camminata, notò un uomo sdraiato sulla sabbia: accarezzava il suolo con una mano e vi teneva l’orecchio appoggiato sopra.
« E’ un pazzo» si disse. Ma la scena si ripeté giorno dopo giorno.

Trascorso un mese, incuriosito da quello strano comportamento, il missionario decise di rivolgersi all’uomo. Gli si inginocchiò accanto e, con molta difficoltà, giacché non parlava ancora l’arabo fluentemente, domandò: «Cosa sta facendo?»
«Tengo compagnia al deserto e lo consolo per la sua solitudine e le sue lacrime.»
«Non sapevo che il deserto piangesse.»
«Piange tutti i giorni. Ha un sogno: quello di rendersi utile all’uomo e trasformarsi in un immenso giardino, dove poter coltivare cereali e fiori, e allevare montoni.»
«Le chiedo una cortesia: dica al deserto che svolge la sua missione assai bene,» replicò il missionario.

«Ogni volta che mi ritrovo a camminare qui, comprendo la vera dimensione dell’essere umano: il suo spazio aperto, infatti, mi permette di capire quanto siamo piccoli di fronte a Dio. Quando guardo la sua sabbia, immagino i milioni di persone che sono state create uguali, e penso che non sempre il mondo si è dimostrato giusto con ciascuna di esse. Le sue montagne
mi aiutano a meditare. Quando vedo il sole sorgere all’orizzonte, la mia anima si colma di gioia e io mi sento più vicino al Creatore». Il missionario si allontanò e fece ritorno alle sue faccende quotidiane. Fu davvero enorme la sua sorpresa quando, l’indomani mattina, incontrò l’uomo nello stesso posto e nella medesima posizione.

«Ha riferito al deserto tutto ciò che ho detto?» domandò.
L’uomo annuì. « E nonostante questo, continua a piangere?» «Sì. Posso udire ogni suo singhiozzo.
Adesso piange perché ha trascorso migliaia di anni pensando di essere completamente inutile e ha sprecato tutto questo tempo imprecando contro Dio e contro il proprio destino.»
«Ebbene, ditegli che, malgrado abbia una vita molto più breve, anche l’essere umano passa molti dei suoi giorni reputandosi inutile. Di rado, scopre la ragione di quel suo destino e pensa che Dio sia stato ingiusto con lui. Poi, quando un qualche avvenimento gli mostra finalmente la ragione per cui è nato, crede che sia troppo tardi per cambiare vita, e continua a soffrire. E, come il deserto, si sente in colpa per il tempo perduto.»
«Non so se il deserto ascolterà queste giustificazioni,», disse l’uomo. «Ormai si è abituato al dolore e non riesce a vedere le cose in maniera diversa.»
«Allora è arrivato il momento di fare quello che io faccio sempre quando ho la sensazione che le persone abbiano perduto la speranza. Pregare. Sì, pregheremo.» Si inginocchiarono entrambi e pregarono. Uno si voltò verso la Mecca perché era musulmano; l’altro congiunse le mani e le portò al petto perché era cattolico. Pregarono, rivolgendosi ciascuno al proprio Dio – che è sempre stato lo stesso, anche se si insiste a chiamarlo con nomi differenti.

Il giorno successivo, quando il missionario fece la camminata mattutina, l’uomo non c’era più. Nel luogo in cui era solito abbracciare la sabbia, il suolo appariva bagnato, giacché era sgorgata una piccola fonte. Nei mesi successivi, la sorgente si fece più copiosa, e gli abitanti della città vi costruirono intorno un pozzo. I beduini chiamano quel posto il “pozzo delle lacrime del deserto“.
Dicono che tutti coloro che ne berranno l’acqua riusciranno a trasformare la ragione della propria sofferenza in motivo di gioia.
E finiranno per trovare il proprio destino.

Tratto da Come il Fiume che Scorre di Paulo Coelho

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Come lacrime