– 50

Il – 50 lo dedico a “te” che di certo non hai tempo per concetti futili come crescita personale o introspezione, zen o satori…, figurarsi per concetti semplici e banali come educazione e buona creanza…

Di certo non vai a leggerti il blog di chi consideri carne da macello, nella tua squallida corsa verso il successo e l’autoaffermazione.

Tuoi naturalmente… degli altri te ne fotti… tutti sacrificati sull’altare del tuo successo…

Guardati e pensa…

Non possiamo crescere all’infinito.

Il nostro modello culturale ed economico è finito.

Gli yuppies non ci sono più, l’ ultimo sei tu.

Io non faccio politica sul mio blog però ti do un consiglio: ” svegliati prima di ricevere un mattone nei denti “.

Tanta poesia è sprecata vicino a te, ma tant’è… Marguerite Yourcenar è sempre Marguerite Yourcenar…

Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

(M. Yourcenar, Memorie di Adriano)

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Chi possiede la verita? (equilibristasquilibrato inspired)

Non so cosa possa sembrare al mondo, ma a me stesso sembra di essere stato solo come un ragazzo, che gioca sulla riva del mare e che si diverte a trovare di quando in quando un ciottolo più liscio o una conchiglia più bella del solito, mentre il grande oceano della verità si stende tutto sconosciuto davanti a me.

(Isaac Newton)

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Quello che per me e una tinozza per una rana è un lago

Guardiamoci allo specchio

Lettura forse non nell’ottica del disimpegno domenicale, ma che induce attività nei neuroni e fa riflettere.

“Il Parvenu e l’amputazione del futuro”

Il parvenu asservito alle sue conquiste comunicative è disposto a tutto, qualsiasi simulacro del nuovo artificiale gabellato per futuro lo accalappia.

Nonostante l’informazione sempre più apocalittica e ansiosa tenti di farci cinici e scanzonati, da cui la convinzione tapina che criticare comunque sia segno di libertà, il nostro presente è una vecchia cocotte mantenuta da un futuro magnaccia e cravattaro a cui essa si dà nelle pose e nei pensieri più osceni purché il futuro continui a pagargli i favori.  Il presente vive in un tale stato di soggezione e ingenuità nei confronti del futuro da impedire qualsiasi pensiero critico e quindi il futuro stesso. A questo stallo non supplisce alcuna velleità di cambiamento, alcuna proposta riformista per il semplice fatto che l’ingenuità nei confronti del futuro trova spazio e radici nell’ingenuità endemica del nostro tempo che è l’ingenuità diffusa del parvenu, al punto che la sua immagine descrive bene lo stato psichico e sociale collettivo del nuovo millennio. Il parvenu è il registro nascosto in ciascuno di noi, e non tanto per il denaro che grazie alla speculazione arruola tra i parvenu masse crescenti di neomilionari dopo la vendita fortunata di qualche mattone o titolo, oppure blasonate famiglie d’alta aristocrazia o nobiltà, che girando la faccia s’arrabattano all’arricchimento veloce, per cui Savoia o Opel, Asburgo o Agnelli non sono meno parvenu dei Ricucci e dei Briatore o degli euroceti con prebende astronomiche. Ma a renderci parvenu forzati oltre la scalata economica è ora soprattutto la tecnologia e quella della comunicazione in particolare, stillata nel quotidiano attraverso meccanismi accreditati come insostituibili mezzi di conoscenza sia per l’uso individuale, sia per la loro onnipotenza salvifica che ci lascia a bocca aperta e asciutta. È questo il risvolto che segnala come brutto sintomo il ricorso a cinismi e spiritosaggini permanenti, anche se presto perdonati dall’ingenuità e dall’accettazione, in poche parole dalla sottomissione. Come parvenu incantati viviamo sottomessi in un presente sottomesso dove antiche e defunte parole d’ordine ottocentesche camuffano iniquità d’ogni tipo ma ancora nell’illusione di saperle emendare, dando a intendere la vigilanza di un’intelligenza critica che invece latita e niente sorveglia e vaglia. Il parvenu asservito alle sue conquiste comunicative è disposto a tutto, qualsiasi simulacro del nuovo artificiale gabellato per futuro lo accalappia e lo avvita in un’ingenuità infinita preludio della sua infinita sottomissione e impotenza. Ingenuo fino alla più stupida furbizia egli vede con piacere i tentacoli della comunicazione innervati in ogni campo, certo che gli apriranno nuove possibilità e con altrettanta fede corre su internet convinto di possedere lo scibile umano. Se l’onnipotenza della rete lo preoccupa il parvenu ne predica subito il rimedio moralistico, la responsabilità della persona libera di scegliere e decidere, vale a dire un imperativo etico così fumoso e infarcito di distinguo da renderlo obsoleto. Perché a dettare l’agenda del parvenu è sempre l’ingenuità e l’avidità che le cova dentro tutt’altro che ingenua, la stessa avidità in cui razzola l’idea mortifera del futuro, il bel panorama che ci acquieta perché non ci viviamo. La tecnologia della comunicazione obbliga l’ingenuità del parvenu a buttare la maschera, non stanno passioni e idealismi che possano salvarlo, in cultura, politica, arte, nella ricerca, nell’amministrazione dell’ente, nel disbrigo delle pratiche erotiche e spirituali, della scienza e della tecnoteologia ora tanto in voga, dai sogli più alti ai più bassi il parvenu paga lo scotto del proprio pettegolare ossessivo col futuro, esserne sottomesso perché ne subisce l’amputazione, lui che di futuro vivrebbe. Ma dopo essersi garantite le spalle degradando il passato a erudizione, l’amputazione incurabile del futuro amputa il parvenu anche del presente e lo rattrappisce nell’attualità. La quale esiste negando il tempo e come il lupo della favola veste i panni della buona nonnina per sottomettere e papparsi altri milioni di parvenu felici d’aver conquistato ciò che non c’è.

MARZIO SIRACUSA

(www.liberopensiero.it)

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Interminabile

Minuti

Come linea tra i sassi si svolgono i minuti.

Le dita la seguono cercando un inizio,

gli occhi la sfiorano domandandosi perché.

I minuti diventano ore

e scompaiono tra i segni del tempo.

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Minuti come punti tra le rocce