Solo una macchia di colore

Ci si distrae per motivi innaturali. I soldi, il potere, la politica. Ascoltare il canto di un uccello non dà soldi né potere né gloria. Guardare una farfalla non aiuterà economicamente, politicamente, socialmente. Queste cose non pagano, ma rendono felici. Una persona autentica ha il coraggio di seguire ciò che lo rende felice.

(Osho)

PicsArt_1445883357859
I figli sono come gli aquiloni. Arriva il giorno in cui si innalzano e tu devi insegnare loro a volare, tenendoli con quel filo esile che si dipana dalle tue mani. Possono cadere a terra più volte e tu dovrai ripararli e innalzarli ancora nel vento. Ti chiederanno sempre più spago e per ogni metro che si dipanerà dalle tue mani, il tuo cuore si riempirà di gioia e di tristezza. Via via che l’aquilone si allontanerà, avvertirai che il filo che ti unisce a lui prima o poi si spezzerà e lo vedrai volare libero e solo nel cielo della vita. In quel momento ti renderai conto di aver assolto il tuo compito di genitore e ti augurerai che il vento sia sempre propizio. (Romano Battaglia)

La caccia

Seduto in mezzo alla via

conto i passi che mi separano da te.

Ti aspetto.

E mentre risali la strada

ti osservo,

 i miei occhi nei tuoi.

Ascolto il rumore dei tuoi piedi sulle pietre.

E intanto attendo paziente

che il topo metta il capo fuori dalla tana

per afferrarlo e deporlo sulla tua soglia.

PicsArt_1445874135252
Le chat blanc et noir, Florac

– 35

Dedico questo capitolo alla sottoscritta.

Farete grandi scoperte. Queste scoperte vi cambieranno. Non dovrete fare il minimo sforzo, credetemi. […] I grandi maestri dicono che la domanda più importante del mondo è: “Chi sono io?” O meglio, “Cos’è l’”io”?”. Cos’è quella cosa che chiamo “io”? Cos’è quella cosa che chiamo sé? Volete forse dire che avete capito tutto il resto e non questo?  Volete forse dire che avete capito l’astronomia e i buchi neri e i quasar, e avete appreso l’informatica, e non sapete chi siete? Caspita, state ancora dormendo. Siete degli scienziati addormentati. Volete dire che avete capito chi è Gesù Cristo e non sapete chi siete voi? Come fate a sapere di capire Gesù Cristo? Chi è che mette in atto la comprensione? Prima scoprite questo. E’ il fondamento di tutto, no? E’ proprio perché non è stato capito questo che abbiamo tutti quegli stupidi popoli religiosi coinvolti in quelle stupide guerre religiose –musulmani che combattono contro ebrei, protestanti contro cattolici, e tutte quelle altre porcherie. Non sanno chi sono, perché se lo sapessero non ci sarebbero guerre. […] Chi vive in voi? La sensazione che si prova scoprendo questo fatto è di orrore. Pensate di essere liberi, ma probabilmente non c’è un gesto, un pensiero, un’emozione, un atteggiamento, una convinzione in voi che non venga da qualcun altro. Non è orribile? E non lo sapete. Si tratta di una vita meccanica, impressa su di voi. Certe cose vi danno sensazioni forti, e pensate di essere voi a provare quelle sensazioni, ma è così? Sarà necessaria molta consapevolezza, da parte vostra, per capire che forse quella cosa che chiamate “io” è semplicemente un conglomerato delle vostre esperienze passate, dei vostri condizionamenti, della vostra programmazione. E’ doloroso. In effetti, quando ci si comincia a svegliare, si prova un grande dolore. E’ doloroso vedere crollare le proprie illusioni. Tutto ciò che pensavate di aver costruito si sbriciola, e questo è doloroso. Il pentimento è tutto qui; il risveglio è tutto qui. […] Prendete coscienza della vostra presenza in questa sala. Ditevi: “Io sono in questa sala”. E’ come se foste fuori da voi stessi, e vi guardaste. Notate che la sensazione è leggermente diversa rispetto al guardare gli oggetti presenti nella sala. Più avanti chiederemo :”Chi è la persona che esegue l’osservazione?” Io sto osservando me. Che cos’è un “io”? Che cos’è un “me”? Per ora è sufficiente che io osservi me, ma se vi sorprendete a condannarvi o approvarvi, non bloccate la condanna o l’approvazione, ma osservatela. Io sto condannando il me; io sto disapprovando me; io sto approvando me. Guardate, punto e basta. Non cercate di cambiare le cose, non pensate. “oh, ci era stato detto di non fare così”. Osservate semplicemente quello che accade. Come vi ho già detto, l’autosservazione significa guardare – osservare quel che accade dentro di voi e intorno a voi come se accadesse a qualcun altro […] è l’io che osserva il “me”. Questo è il fenomeno interessante che non ha mai smesso di destare meraviglia tra i filosofi, i mistici, gli scienziati, gli psicologi: l’”io” può osservare il “me”. Sembra dunque che sia necessaria una certa quantità di intelligenza per poterlo fare. I grandi mistici d’Oriente si riferiscono in realtà quell’”io”, non al “me”. In effetti, alcuni mistici ci dicono che iniziamo prima di tutto dalle cose, dalla consapevolezza delle cose; poi ci spostiamo verso una consapevolezza dei pensieri (che rappresentano il “me”) e alla fine giungiamo alla consapevolezza di chi pensa. Cose, pensieri, pensatore.  Quel che cerchiamo davvero è il pensatore. Può il pensatore conoscere se stesso? Posso io sapere cos’è l’”io”? alcuni di questi mistici rispondono: “Può il coltello tagliare se stesso? Può il dente mordere sé stesso? Può l’occhio vedere se stesso? Può l”io” conoscere se stesso?” ma in questo momento mi interessa di qualcosa di molto più pratico, e cioè la decisione di ciò che l’”io” non è. Procederò con la maggior lentezza possibile, perché le conseguenze sono devastanti. Splendide o terribili, a seconda del vostro punto di vista. Ascoltate ciò che vi dico: io sono i miei pensieri, i pensieri che sto pensando? No. I pensieri vanno e vengono; io non sono i miei pensieri. Sono il mio corpo? Dicono che ogni minuto che passa milioni di cellule del nostro corpo cambiano e si rinnovano, cosicché nel giro di sette anni non ci rimane in corpo nemmeno una singola cellula vivente di quelle che avevamo prima. Le cellule vanno e vengono, nascono e muoiono. L’”io”, invece, permane. Dunque, io sono il mio corpo? Evidentemente no! L’”io” è qualcosa di diverso e di più, rispetto al corpo. Forse si potrebbe dire che il corpo fa parte dell’”io”, ma è una parte che varia. Continua a muoversi, a cambiare. Usiamo lo stesso nome per definirlo, ma cambia continuamente. Proprio come chiamiamo cascate del Niagara le cascate del Niagara, pur essendo costituite queste da acqua che cambia continuamente. Usiamo lo steso nome per una realtà in continua evoluzione. E il mio nome? E’ forse ”io” il mio nome? Evidentemente no, perché posso cambiare il mio nome senza cambiare l’”io”. E la mia carriera? E le mie convinzioni? Dico che sono un cattolico, un ebreo – è forse questa parte essenziale dell’”io”? Quando passo da una religione all’altra, l’”io” è cambiato? Ho un “io” diverso o è lo stesso “io” che è cambiato? In altre parole, il mio nome è parte essenziale di me, dell’”io”? […] Le etichette sono davvero importanti per noi. “Sono repubblicano” diciamo. Ma lo siamo davvero? Non si può certo affermare che, quando si cambia partito, si cambi anche l’”io”. Non è forse il solito vecchio “io”, con delle nuove convinzioni politiche? […]. Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri. Identifichiamo le etichette con l’”io”. Cattolico e protestante sono etichette molto frequenti.  Un tizio andò da un prete e gli chiese: “Padre, voglio che celebri una messa per il mio cane”. Il prete s’indignò. “Cosa intendi dire con questo?”. “Si tratta del mio cagnolino”, rispose l’uomo. “Amavo quel cane e vorrei celebrasse una messa in suo ricordo”. Il prete disse: “Qui non celebriamo messe per dei cani. Forse può provare alla congregazione che c’è più avanti, su questa via. Chieda a loro se sono disposti a farlo”. Uscendo, l’uomo disse al prete: ”Peccato. Amavo moltissimo quel cane. Avevo pensato di offrire una prebenda di un milione di dollari per la messa”  E il prete: “Aspetti un attimo, non mi aveva detto che il suo cane era cattolico”. Quando si è intrappolati dalle etichette, che valore hanno queste etichette in relazione all’”io”? Potremmo dire che l’”io” non è rappresentato da alcuna delle etichette che noi gli attribuiamo? Le etichette appartengono al “me”. Quello che cambia continuamente è il “me”. L’”io” cambia? L’osservatore cambia? Il fatto è che, quale che siano le etichette che vi vengono in mente (eccetto, forse, quella di essere umano), le dovreste applicare al “me”. L’”io” non è niente di tutto questo. Dunque, quando uscite da voi stessi e osservate il “me”, non vi identificate più con il “me”. La sofferenza esiste dentro il “me”, e così, quando identificate l’”io” e il “me”, inizia la sofferenza. Poniamo che abbiate paura, o un desiderio, o delle ansie. Quando l’”io” non si identifica con il denaro, o il nome, o la nazionalità, o le persone, o gli amici, o qualsiasi qualità, l’”io” non è mai minacciato. Può essere molto attivo, ma non è minacciato.[…] in qualche modo, avete detto a voi stessi: “Il benessere dell’”io”, quasi l’esistenza stessa dell’”io” sono legati a quel desiderio”. La sofferenza è dovuta unicamente alla mia identificazione con qualcosa, che sia al mio interno o al mio esterno…quando entrano in gioco i sentimenti negativi, si perde la testa. Entra in scena il “me”, e rovina tutto. Dove prima c’era un problema da risolvere, adesso ce ne sono due. […] Quello che uccide la sensibilità ciò che molti chiamerebbero il sé condizionato: quando ci si identifica a tal punto con il “me” che l’eccesso di “me” impedisce di vedere le cose in modo oggettivo, con distacco. E’ molto importante che, quando si entra in azione, si sia in grado di vedere le cose con distacco. Ma le mozioni negative impediscono di avere un atteggiamento di questo tipo […]. Il dolore è il sintomo del fatto che ho condizionato la mia felicità a questa cosa o a questa persona, almeno fino a un certo punto. Siamo talmente abituati a sentirci dire il contrario che ciò che affermo appare disumano, non è vero? Sta di fatto però che è quanto ci hanno detto tutti i mistici in passato. Non sto affermando che il “me”, il sé condizionato, non ricada talvolta nei propri schemi usuali. E’ il modo in cui siamo stati condizionati. La domanda è però se sia concepibile vivere una vita in cui si sarebbe così totalmente soli da non dipendere da nessuno. Tutti noi dipendiamo gli uni dagli altri per ogni genere di cose, non è vero? Dipendiamo dal macellaio, dal fornaio, dal fabbricante di candele. Interdipendenza. Benissimo! Abbiamo organizzato la società in questo modo e assegniamo funzioni diverse a persone diverse per il benessere di ciascuno, così da funzionare meglio e vivere in modo più efficiente – o almeno speriamo sia così. Ma dipendere da un altro psicologicamente – dipendere da un altro emotivamente – cosa comporta? Significa dipendere da un altro essere umano per raggiungere la felicità. Pensateci sopra. Perché se lo fate, la prossima cosa che farete, ne siate coscienti o meno, sarà esigere che altre persone contribuiscano alla vostra felicità. Poi ci sarà un ulteriore gradino – paura, paura della perdita, paura dell’ alienazione, paura di essere respinti, controllo reciproco.

(A. De Mello – continua)

PicsArt_1439837399082
Eglise, La Malene

A casa – 26 ottobre

PicsArt_1445841085128

Dato che gli esseri umani sono ben lungi dall’essere perfetti, c’è da aspettarsi che le loro imperfezioni complichino le loro relazioni. Un uomo e una donna si incontrano, si piacciono, decidono di vivere insieme e si sposano. Trascorre qualche tempo e cominciano i disaccordi, il che non ha nulla di sorprendente. Ma anziché pensare subito a separarsi, prima cerchino di superare le difficoltà dicendo: «Se il destino mi ha fatto incontrare mio marito (o mia moglie), deve esserci una ragione. Mi sforzerò dunque di non rompere questa unione, in modo da imparare e migliorarmi».
Ovviamente esistono casi in cui è meglio lasciare una persona con la quale non si riesce più a intendersi; questo però non prima di aver fatto gli sforzi necessari per salvare la situazione, comportandosi con pazienza, bontà e generosità. Altrimenti, ci si troverà di nuovo davanti agli stessi problemi. Che sia in questa incarnazione o nella prossima, non si potrà sfuggire: si cambierà moglie o marito, ma si incontreranno le medesime difficoltà finché non si sarà imparato a lavorare sul proprio carattere.

(O. M. Aivanhov)