Non ci sto

Ho vissuto tanto senza avere vissuto! Ho pensato tanto senza aver pensato! Mondi di violenze immobili, di avventure trascorse senza movimento, pesano su di me. Sono stanco di ciò che non mai avuto e che non avrò, stanco di Dei che non esistono. Porto con me le ferite di tutte le battaglie che ho evitato. Il mio corpo è dolorante per lo sforzo che non ho nemmeno pensato di fare.

(F. Pessoa)

Faccio fatica ad alzarmi la mattina perché non capisco il senso del mio andare e torno la sera stremata da fatiche che non ho vissuto, ma solo da una profonda stanchezza nei confronti di un mondo che va dalla parte opposta alla mia.

Mi guardo attorno e cerco di “unire i puntini”…

Leggo e scrivo, rido e penso…

E mi si aprono orizzonti che non avrei mai riconosciuto.

Mi sembra di vedere con occhi nuovi, anzi vedo con occhi nuovi una realtà grottesca.

E vedo una gran confusione sotto la quale compare, velato, un disegno che non mi piace.

E soffro sorridendo. Per l’ipocrisia e la vacuità del mio prossimo. Per l’ottundimento e l’obnubilamento che mi sta attorno. Non sopporto chi mi circonda e corre appresso a faccende idiote o, peggio, si trascina schiavo inconsapevole di una macchina che stritola l’ anima, detesto chi si racconta bugie per darsi degli alibi e continuare a dormire.

E mi manca il tempo. Il tempo di alzarmi prima delle sette e con la macchina fotografica in mano, di andare ad aspettare che il sole sorga per stupirmi dell’ ennesimo miracolo. Il tempo per godere dei colori del mondo. Il tempo per accarezzare Argo. Il tempo per un aperitivo uscita dall’ufficio senza arrivare a casa alle nove di sera. Il tempo per godere del calore del sole sulla faccia. Il tempo per guardarmi allo specchio e vedere le mie ombre. Il tempo per smettere la mia maschera o, almeno, per decidere quale indossare. Il tempo per camminare, che è diverso da “andare a piedi al lavoro”.

E quando sollevo la faccia e riesco a respirare, poi è ancora più doloroso affondare di nuovo nelle sabbie mobili di questa palude. Continuando a sorridere.

Non lo nascondo che ho paura e che ho bisogno di verità e “cose” tangibili.

Ho bisogno del contatto con la natura, del sole e dell’ acqua, dell’ aria e del vento mentre mi trovo una città che corre e per la quale il tempo è “denaro”…

Non ci sto. Non ci sto più ad un gioco che non fa per me.

Ho sentito espressioni tipo “sono sceso dalla giostra”… ma non è questo.

E’ solo che ti accorgi, che ci sono momenti nei quali realizzi che tutta questa non-vita non ti appartiene ma è solo una finzione nella quale sei messo mentre inconsapevolmente accetti delle regole convinto di crederci.

Ti accorgi che è tutto solo un trucco. Che nulla ha a che fare con la Magia.

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Io e me stessa

Qui si può domandare perché mai sia desiderabile che un uomo si individui. E’ non solo desiderabile, ma indispensabile, perché l’individuo, non differenziato dagli altri, cade in uno stato e commette azioni che lo pongono in disaccordo con se stesso. Da ogni inconscia mescolanza e indissociazione parte infatti una costrizione ad essere e ad agire così come non si è. Onde non si può né essere d’accordo in ciò né assumerne la responsabilità. Ci si sente in uno stato degradante, non libero e non etico.

(C.G.Jung)

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