To be or not to be?

E…,

se quella che noi chiamiamo realtà fosse solo un sogno, fatta di un gioco di impulsi elettrici e di campi d’ energia?

se fosse solo uno dei mondi attraverso i quali ci proiettiamo modificando la nostra dimensione?

se non esistesse un “sono” e neanche un “esisto” ma solo un “sento”?

se fossimo solo dei “giocatori” che interpretano ruoli?

La realtà oggettiva non esiste ma è solo frutto di impulsi elettrici che entrano nel nostro cervello attraverso le fessure dei nostri occhi… i colori, la consistenza della tastiera, il collega insopportabile sono solo energia che ci colpisce e che manipoliamo dando loro il nome di realtà…

Ecco, in fondo siamo sempre noi stessi la causa dei nostri mali…

In fondo non è male pensare che questa può essere solo una delle tante realtà, o dei tanti giochi, che ci è dato da vivere…

Avere questa percezione fa affrontare le difficoltà quotidiane con più leggerezza, con meno peso, con meno responsabilità, in modo più ludico e disimpegnato. Per certi versi rimette a posto il mondo e lo concentra esattamente su quello che deve essere: non la parola “io”, rappresentazione statica e cristallizzata del verbo “essere” quanto “Sé”, immagine di una coscienza che si muove e fluisce con i diversi giochi che attraversano le sue dimensioni.

Questa notte ho “sognato” che avevo per animale da compagnia una razza (il pesce) fatta di fustagno azzurro o verde, non ricordo… e che soffriva il solletico… idea che, in questa dimensione, risulta assurda e ridicola eppure in quella dimensione era cosi “reale”.

Come è più reale del mio ticchettare sulla tastiera per dar forma a parole scritte che si convogliano in una “rete”, detta web, attraversata da impulsi che andranno a disperdersi oltre il mio pc per colpire occhi che le percepiranno attraverso la loro mente.

Ed io sarò solo una vaga presenza inconsistente. Un impulso elettrico.

Enjoy.

To be, or not to be, that is the question:
Whether ’tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles,
And by opposing end them? To die, to sleep…
No more, and by a sleep to say we end
The heartache and the thousand natural shocks
That flesh is heir to: ’tis a consummation
Devoutly to be wished. To die, to sleep.
To sleep, perchance to dream. Ay, there’s the rub,
For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled off this mortal coil
Must give us pause. There’s the respect
That makes calamity of so long life,
For who would bear the whips and scorns of time,
Th’oppressor’s wrong, the proud man’s contumely,
The pangs of despis’d love, the law’s delay,
The insolence of office, and the spurns
That patient merit of th’unworthy takes,
When he himself might his quietus make
With a bare bodkin? Who would fardels bear,
To grunt and sweat under a weary life,
But that the dread of something after death,
The undiscovered country from whose bourn
No traveller returns, puzzles the will,
And makes us rather bear those ills we have
Than fly to others that we know not of?
Thus conscience does make cowards of us all,
And thus the native hue of resolution
Is sicklied o’er with the pale cast of thought,
And enterprises of great pitch and moment
With this regard their currents turn awry,
And lose the name of action.

Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.

(W. Shakespeare, Amleto)

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