Sull’ orlo del crepuscolo

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Sull’ orlo del crepuscolo.

Nel buio che cala.

La mia mente cerca riferimenti per continuare a sapere. Gli occhi scorrono su muri e luci lontane nascoste nell’ ombra, per non perdere il filo di un’esistenza che si dipana su e giu. Cerco bandoli di matasse ingarbugliate per continuare a dondolarmi nella dimensione familiare di spazi e tempi noti. Riferimenti conosciuti. Punti fermi che non scappino dalle dita. Fili che non si ingarbuglino stretti sulle punte dell’ esistenza che scorre fragile. E tutti i nodi…

Fotogrammi e immagini dal treno che corre veloce.

Visioni che si susseguono instancabili e rapide.

Le ciglia battono mentre le palpebre si aprono e si chiudono su un mondo ormai nascosto. Battiti che si alternano segnando il tempo che passa e le distanze che si accorciano.

Se non li avessi sarei un punto fermo che parte e arriva. Senza tempo e senza spazio. Solo buio e luci indistinte. Solo tutto.

Invece sono occhi che spiano dal finestrino mentre il nero scorre come vernice scura a ricoprire la luce di muri dipinti.

Lo spiraglio si chiude.

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49. Il Sovvertimento (La Muta)

Perché dovrei temere il cambiamento? Che cosa mai potrebbe prodursi senza di esso? Il mutamento è proprio ciò che più sta a cuore alla natura universale. Potremmo farci il bagno caldo senza che la legna si trasformi in fuoco? O nutrirci, senza che il cibo si metabolizzi? E quali altre operazioni utili potrebbero compiersi senza il cambiamento? Non vedi, dunque, quale analogia ci sia fra il tuo mutare e quello di tutte le altre cose, e come anch’esso sia necessario alla natura universale?
(Marco Aurelio)

Ci sono due corpi: quello rudimentale e quello completo, corrispondenti alle due condizioni del bruco farfalla. Ciò che noi chiamiamo morte non è che la dolorosa metamorfosi. La nostra incarnazione presente è progressiva, preparatoria, temporanea. L’incarnazione futura è perfezionata, ultima, immortale.
La vita ultima è lo scopo supremo.
(Edgar Allan Poe – “Racconti straordinari”)

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Una poesia (Sole)

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Fiori colorano l’esistenza grigia
temevo questo momento,
la morte del fiore
inizia con la fioritura,
sorridi…
mi porgi il frutto che verrà
ed io l’afferrò col beneficio d’inventario,
ho capito già dove vuoi arrivare
ma stringo l’albero,
colano su di me
le sue lacrime di rugiada.
(Carlo Becattini)

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Feste che detesto

Mi auguro che domani nessuno mi faccia auguri o mi regali mimose: recise e nell’ acqua diventano puzzolenti e mi danno l’ emicrania; a me piacciono libere sugli alberi, mentre si muovono al ritmo dell’ aria.

Di base detesto la giornata dell’ otto marzo perché non mi ritrovo nella necessità di “festeggiare la donna”; capisco, comprendo e condivido voler commemorare più di cento donne morte nel rogo di una fabbrica mentre lavoravano ma… stop. Per come, oggi, viene intesa questa giornata, tutto il resto ridonda di consumismo e strumentalizzazione. Tutto il resto gronda di tristezza: dalle mimose vendute a prezzi folli agli angoli delle strade, alle feste in discoteca, agli spettacoli di burlesque e agli squallidi spogliarelli maschili.

Più che festeggiare questa giornata, penso si dovrebbe riflettere sul significato e sul valore della femminilità: credo lo si sia perso nei meandri delle rivendicazioni.

Forse bisognerebbe farlo ogni giorno dell’ anno.

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(…) La donna di classe non teme le rughe e accetta di invecchiare senza ricorrere alla chirurgia estetica, che trasforma il viso in una maschera felina.
Sa di valere, anche se la modestia fa parte del suo abito mentale; perciò non tenta disperatamente di inseguire i perduti vent’anni, ma asseconda con grazia e intelligenza le diverse stagioni della vita, conscia del fatto che il fascino è qualcosa di molto più sottile e di molto più prezioso della bellezza che proviene dalla sola giovinezza.
Non si può essere giovani per sempre e non si deve cadere nel ridicolo di atteggiarsi a ventenni, quando si hanno sessant’anni; ma si può essere sempre raffinate, affascinanti, intriganti, purché si abbia classe.
Quando si ha classe, l’età diventa un elemento secondario o, addirittura, un ulteriore fattore di fascino; perfino le rughe, portate con dignità e naturalezza, possono accrescere il fascino, non diminuirlo; così come le belle persone restano tali anche indossando un vestito vecchiotto, purché pulito e di buon gusto; mentre nessun vestito nuovo, per quanto costoso e all’ultima moda, riuscirà mai a trasformare in meglio delle brutte persone.
La vera bellezza viene da dentro, non da fuori; e una donna di classe di settant’anni vale dieci volte più di tutte queste insulse ventenni che si agitano, smaniano e si contorcono per attirare, seminude, l’attenzione dei maschi che valgono quanto loro: vale a dire pressoché zero. (…)

(F. Lamendola)