Circo pendolare ovvero estraneità

Stanca.

Entro in stazione e passo i tornelli: i mendicanti sono al loro posto, sempre quello, come i taxi e i pendolari. Sempre quelli.

Binario 4 e treno lungo, con tante carrozze. Salgo sempre su quelle in fondo, quelle che sono in testa al treno che parte. Carrozze in fondo ma in testa. Ogni sera cambio posto, mi sforzo di farlo per evitare di sprofondare nella ripetitivita del pendolare.

Mi siedo e occupo i miei posti: il mio, vicino al finestrino, quello di fianco e quello davanti. Distanze prossemiche di sopravvivenza nella civiltà pendolare del ventunesimo secolo. So bene che dovrò rinunciarvi molto presto, alla prossima fermata, ma ci provo a difendere i miei spazi come e più di un fortino assediato.

Sconfitte le borse, rimangono a tutelare i miei confini il libro ed i miei occhiali scuri. Il libro mi difende dai “chiacchieratori molesti”, quelli a cui basta un sorriso di convenzienza e si sentono autorizzati a raccontarti la loro vita. Gli occhiali scuri mi lasciano la libertà di fingere, volendo, di leggere o di dormire per osservare il mondo e gli “altri”, quelli che stanno al di là del mio universo.

Gli “altri”, che quelli che urlano nel cellulare i loro problemi ed i loro drammi, vite urlate al vento ed amplificate dall’ eco in una carrozza affollata: problemi con i figli, con i genitori, col coniuge o con l’ amministratore di condominio… tutti lanciati nell’ atmosfera, energie che rimbalzano all’ infinito scontrandosi tra di loro fino a diventare un sottofondo di inutile rumore esistenziale… Entropia e spirali discendenti… Creiamo i problemi per identificarci con essi e darci una ragione per agire… le nostre emozioni definiscono le nostre azioni che creano, a loro volta, la nostra essenza.

Gli “altri”, che affondano le loro esistenze nelle videate degli smartphone.

Gli “altri”, ectoplasmi alienati prigionieri tra vetri sferraglianti che sobbalzano avanti e indietro in una quotidianità percepita.

Io, che scendo e vado a casa.

Io, che apro e chiudo porte, passo attraverso universi paralleli e buchi tra i mondi.

Io, che scivolo dolcemente senza chiedermi perché, lungo la linea di minor resistenza in un venerdi sera sul bordo del week end.

Io, che cerco di non far rumore.

Sssssshhhhh.

Solitudine non vuol dire che la vita non ha più senso. È un segnale inviato dall’anima per farci cercare una nuova strada.

(R.Schache)

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La caducità del papavero rosso

Macchia di rosso dispersa sul lato di un’ aiuola incolta.

Bellezza nata spontanea e fragile a margine del proprio posto nel mondo.

Errore ed imperfezione.

Fuori dagli schemi e oltre le regole.

Colore che brilla e profuma di primavera.

Siamo ciò che siamo nell’attimo in cui siamo e questo basta, avanza e da un senso al nostro essere?

L’ infinito nella nostra caducità.

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Arcano XII (Le Pendu)

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Si, l’ albero della Vita si estende dall’ alto in basso ed è il sole che illumina tutto. Il suo splendore ha inizio in cima e si estende per tutto il tronco.

(Zohar)

 

Le Jardin

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Des milliers et des milliers d’années
Ne sauraient suffire
Pour dire
La petite seconde d’éternité
Où tu m’as embrassé
Où je t’ai embrassèe
Un matin dans la lumière de l’hiver
Au parc Montsouris à Paris
A Paris
Sur la terre
La terre qui est un astre.

(Jacques Prévert)