Opera al nero

mosca

Meraviglia e raffinatezze di ori spirituali e avori. Gotiche gradazioni cromatiche, texture raffinate e virtuose sparse nei panneggi dei protagonisti. Linee fluide su andamenti curvilinei e superfici..

Tempere sparse che ipnotizzano lo sguardo. Simboli.

Il peccato e la redenzione. La resurrezione.

Premonizione e saggezza che si intrecciano nei tratti su tela.

Sontuosa è la veste composta da un damasco dorato e decorato da perle. Dita raffinate afferrano il Figlio.

Contemplazione estatica, seppur volutamente e sapientemente instillata di vacuo ed onnipresente tutto. Il sacro ci difende e ci allontana dalla distruzione del corpo.

Amuleti egizi a forma di mosca, prevenzione e protezione, impudenza, persistenza e coraggio. Santità. Ode ed onore.

La vista accarezza la tela, gli occhi giacciono inerti accompagnando i colori e si perdono nel panorama celato dal sontuoso paravento, collegamento tra la terra e il cielo: l’ uomo vuole ascendere verso Dio, verso l’ infinito e soprattutto verso la salvezza.

Si allontana. Morte e putrescenza scompaiono, male vanificato da uno sguardo sdegnoso ed un colpo di mano leggiadro e velato.

Diabolico destino di morte. Fascinazione di Satana immerso e perso in colori e ombre.

Esorcismo della sublime Bellezza.

Pensa alla mosca… accoccolata sull’ eburneo davanzale marmoreo.

Centomila le specie di mosca moltiplicate per infinità di uova, larve, nuove giovani insetti con le ali velocissime e gli occhi prismatici e psichedelici. Eutrofia della vita.

Non è il ragno, con la sua prigione di seta; non la cupa falena che va alle fiamme con un teschio stampigliato sul dorso, no: se dev’esserci un insetto a simbolo della morte e dei suoi scenari di disfacimento, quello è la mosca.

Dittero necrofilo che pullula su carogne, legioni di Phaenicia sericata o Chrysomya albiceps brulicanti su carne putrescente come se fossero comparse dal nulla, madri e figlie dei vermi abitatori delle carcasse.

Un divino ronzare incessante e continuo, un instancabile autogenerarsi di volare basso, perpetuo, molesto, sulla regione senza scampo della fine dei corpi vivi: l’allegoria di ciò che diventeremo, di come saranno ripugnanti gli sciami che si nutriranno della nostra carne.

Spettacolo potente e repulsivo, brutto come ogni nigredo. Nero monito dove il brulicare della vita si rovescia all’ istante in un memento mori.

Zeus e Apollo, legioni di dei ronzanti , sempre in moto e pungenti. Eurinomo e Baalzebub.

Eserciti alati, punizioni perdute sul fondo di cocci sfusi di vasi,  e che muovono insistentemente le proterve ali venate di nero; oppure accoccolate sul fondo di una tela nel corso destinico di ventotto giorni di vita.

Pazienza e laida, remissiva esistenza esorcizzata e sconfitta, purificata da uno sguardo sottile, da una mano leggera.

Cosi come il seme, per dare frutto, deve morire e spaccarsi, ogni frammento materiale, per poter contribuire alla Grande Opera, deve prima essere abbandonato e l’ intima natura degli elementi possa prepararsi per una profonda e successiva purificazione.

(Arlequin)

 

Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.

(H. Hesse, Narciso e Boccadoro)

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