L’ angelo dimenticato

Lo scorso martedi sono uscita a pranzo con un collega; al termine, mi infilo per curiosità un cortile di via Fiori Chiari: in fondo c’è una galleria d’arte russa. Antiche icone ed argenti nascosti alla folla petulante di turisti e businessmen con l’ ultimo smartphone. Ci passo almeno due volte al giorno e questa volta voglio soddisfare la mia curiosità di vedere quel cortile nascosto.

Sulla parete di sinistra c’è un bellissimo affresco di cui è rimasto ben poco. Ma quel poco è cosi “bello” che rimango a guardarlo affascinata.

“Ego sum Gabriel”.

Torno in ufficio e trascorro tutto il tempo che riesco nella ricerca di notizie dell’ arcangelo, o di quello che ne è rimasto, ma non trovo nulla.  Chiedo a chi ne può sapere più di me ma, al di là di ipotesi affascinanti, non troviamo nessuna notizia storica od artistica collegata.

Perché? Dall’ altra parte della strada c’è Brera e l’ Accademia di Belle Arti…

Senza storia non si hanno radici e non si possiede identità.

Al mio angelo dimenticato…

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La Milano disumana  dei grattacieli del Quatar (di Massimo Fini – 09/06/2016)

Abito ai margini del nuovo quartiere che ruota intorno a piazza Gae Aulenti molto ammirata per i suoi ‘boschi verticali’ per il cui mantenimento ci vuole una quantità enorme di energia idraulica che potrebbe essere meglio utilizzata altrove. Le mie finestre stanno proprio davanti al ‘grattacielo a banana’, il più alto di Milano (35 piani), il primo di una lunga fila che porta alla piazza. A dire il vero è lui, questo grattacielo che solo un architetto demente poteva ideare, che sta davanti a me, anzi incombe perché per la sua forma sbilenca sembra che possa precipitarmi addosso da un momento all’altro. Prima vedevo le prealpi e le alpi, la Grigna di manzoniana memoria, il Cervino, il Rosa. Per la verità questa vista, unica a Milano, era già stata parzialmente compromessa da due incredibili grattacieli a pagoda costruiti dall’architetto De Micco (una speculazione socialista della fine degli anni ’80) e che in vent’anni non sono mai stati abitati, tant’è che ora sono costretti a ristrutturarli. Non si vede quindi la ragione, in una città che si sta oltretutto spopolando, per costruire questa ulteriore fungaia di grattacieli superstar, di questa imitazione di Manhattan che puoi trovare anche ad Abu Dhabi e Dubai senza nemmeno quei cammelli e dromedari (finti) che fan folclore.

Milano non è mai stata una città di grattacieli. C’era il Pirelli, la stupenda opera di Gio Ponti e dell’ingegner Nervi. Se lo guardi di profilo sembra sottile come la prua di una nave. Ma io alla Pirelli ci ho lavorato, prima che diventasse un bivacco della Regione, e fra una parete e l’altra ci sono 60 metri. C’era la Torre Velasca, un po’ più discutibile, e c’era in piazza della Repubblica il grattacielo che chiamavamo ‘americano’ perché ospitava il Consolato degli Stati Uniti e dove io, ventenne ancora ignaro di tutto, la sera del 22 novembre del 1963 andai a firmare il grande libro di condoglianze per la morte di Kennedy.

Il quartiere ‘Gae Aulenti’ è venuto su in pochissimo tempo, verrebbe da dire da un giorno all’altro. Per un ospedale ci mettono vent’anni e quando è finito è già obsoleto. Ma quando c’è “zucchero da far” come direbbe Fred Buscaglione, cioè business, sono velocissimi. Anche se questa volta qualcosa deve essergli andato storto perché il grattacielo ‘a banana’ è vuoto da due anni. E’ dovuto intervenire l’Emiro del Qatar.

Milano storicamente è una città di palazzi signorili che vanno dal Settecento alla fine degli anni Trenta o di case alte non più di dieci piani ma soprattutto di case un tempo popolari che stanno anche in quartieri in pieno centro, come il Brera e Garibaldi, oggi ridotti a Disneyland per turisti scemi come quelli che a Parigi vanno a Montparnasse o a Montmartre, al Dome e alla Coupole credendo di trovarvi ancora Sartre, Breton, Max Ernst, Foujita, Van Dongen e tutta quell’allegra compagnia di artisti squattrinati. Anche a Brera, insieme ai ceti popolari, c’erano gli artisti perché gli affitti erano alla portata di tutte le tasche e al Giamaica e alla mitica latteria delle sorelle Pirovini potevi incontrare Dova, Crippa, Fontana, Manzoni. C’era una commistione sociale e intellettuale che rendeva feconda la parte di quella città ora scomparsa.

Dal lato opposto dei grattacieli Gae Aulenti ci sono delle dignitose case popolari di quattro o cinque piani che non hanno potuto abbattere. Sono state abitate, in parte lo sono ancora, da vecchi milanesi, da immigrati di prima generazione, friulani, veneti, emiliani, e di seconda generazione quella che venne al nord all’epoca del boom economico. Tutta gente a posto. Ma la lievitazione degli affitti provocata dallo chiccosissimo quartiere dei grattacieli la sta pian piano scacciando sostituita da un ceto medio, maleducato come solo il ceto medio sa essere.

I grattacieli superclasse hanno disarticolato il mio quartiere. In via Fabio Filzi che è molto lunga e finisce dove c’è quel palazzo della Guardia di Finanza dove ai tempi di Mani Pulite venivano abbottegati i corruttori di regime ci sono in tutto un panettiere, un casalinghi, un fruttivendolo, un minimarket. Se hai bisogno di un martello devi andare su eBay. E’ un fenomeno che in realtà riguarda tutta la città, sono sparite le drogherie, le mercerie, i ferramenta, i falegnami e insomma tutti i piccoli negozietti sostituiti dai ‘grand espace’, dai supermarket, dai centri commerciali, dai grandi empori di Armani e di altri stilisti.

Nel mio quartiere proliferano ora locali trendy o trendissimi come quello di Bélen Rodriguez che, oltre al lusso, respirano maleducazione da tutti i pori. Bélen si è permessa di cacciare dal suo ristorante Gianni Morandi e Selvaggia Lucarelli perché aveva una questione in sospeso con quest’ultima. Una cosa da ritiro della licenza perché un ristorante, se non è un club, è un luogo pubblico e nessuno può esservi estromesso a meno che non sia in stato di evidente ubriachezza.

Per trovare un posto normale devo spingermi verso la Stazione Centrale dove c’è un piccolo bar tabacchi tenuto da una signora molto garbata che, se non lo sai fare, ti va a prendere personalmente le sigarette che non ha in negozio alle macchinette poco a fianco e dà dei piccoli lavoretti a un clochard che staziona da quelle parti. E’ un mendicante vecchia maniera. Sta seduto con le spalle appoggiate al muro col cappello aperto davanti. Non dà fastidio. Non chiede. Se vuoi gli lasci qualche moneta. Qualche volta vado a sedermi al suo fianco. Si chiama Fabiano, è ancora giovane, ha 39 anni ma precedenti di droga. Mi spiega: “Cerco lavoro, ma con i miei precedenti come faccio? Il problema non è il dormire, qualche posto si trova in un modo o nell’altro, ma il mangiare, se non hai i soldi non mangi”. Intanto ci passano davanti senza degnarci di uno sguardo belle signore, d’inverno impellicciate e con cagnolini incappottati. E io comincio a sognare. Sogno di prenderle a calci nel sedere fino alla fine della via. La conosco, la conosco bene questa gente. In genere hanno due case a Milano, una al mare, preferibilmente a Porto Cervo perché si illudono di poter sbirciare Berlusconi, una tenuta di campagna e, per non farsi mancar nulla, cinque o sei appartamentini a Monza che affittano a strozzo. Non fanno che parlar di quattrini e lagnarsi: i guardiani della tenuta costano, la servitù costa, le tasse che eludono o evadono con grande disinvoltura. E’ una borghesia medio/alta che non ha nulla a che vedere con la grande borghesia milanese di un tempo, che dava il tono alla città, quella dei Pirelli, dei Borletti, dei Brion, dei Falck, dei Rizzoli, dei Mondadori. La loro cultura è disarmante come la loro conversazione perché non va oltre i talk show televisivi.

Le giunte Moratti e Pisapia hanno ricostruito la Darsena. A regola d’arte. La Darsena e i tram sono, o meglio sono stati, il vero simbolo di Milano, più del Duomo. Pochi sanno che fino a una cinquantina d’anni fa Milano aveva il più grande porto di sabbia d’Europa. La portavano i barconi dalle cave a una quarantina di chilometri dalla città (con questa sabbia è stato costruito il Duomo). Nell’Ottocento, lungo i navigli, i barconi erano trainati dai buoi che ogni tanto stramazzavano a terra per la fatica. In seguito dai trattori. Al ritorno sfruttavano la leggera discesa.

Per molti anni le giunte socialiste avevano lasciato andare la Darsena che si era ridotta praticamente ad un immondezzaio. Adesso, come ho detto, è stata rifatta per bene e ingrandita di molto. Ma qui siamo alle solite, al problema dei ‘beni indivisibili’ come li chiama Hirsch. Una casetta solitaria in montagna è un bene prezioso, cento casette raggruppate perdono quel significato. Adesso la Darsena è affollata di turisti e di ristorantini di ogni specie. E’ un laghetto come un altro. Non ci sono più le coppie di innamorati che vi andavano a passeggiare e i pittori della domenica che vi cercavano un’ispirazione. Non è più roba per milanesi. I quali la domenica vanno a divertirsi all’Ikea. Prudentemente piazzata fuori città o quasi.

Il traffico non è quello di Roma o di Napoli, ma ugualmente intenso e più nevrotico. Una mia amica di Verona, città in cui si è ancora capaci di divertirsi, mi prende scherzosamente in giro: “Ma quando lavorano i milanesi se sono sempre in macchina?”. No lavorano, lavorano i milanesi perché li è sempre piaciuto ‘ruscare’, ma in modo nevrotico e quasi isterico. I passanti non sono passanti, non fanno flanella, non si guardano intorno, puntano dritto verso un appuntamento di lavoro.

Milano si sarà anche ‘allineata’ alle grandi capitali europee come orgogliosamente si dice, ma ha perso in larga misura la propria identità, quell’aria bonaria che per tanto tempo la caratterizzata. E’ diventata disumana. Come forse tutto quello che, senza che ci corra un brivido lungo la schiena perché ricorda le superpotenze anonime e omnicomprensive (Eurasia, Estasia) di cui parla Orwell in 1984, chiamiamo Occidente.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=54421

 

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Geometrie

La linea retta è la via più breve da un punto a un altro, tutti lo sanno. Ma è consigliabile seguire sempre la linea retta? Se dovete attraversare una città, per esempio, difficilmente potrete farlo in linea retta senza scontrarvi con caseggiati, automobili e pedoni; allo stesso modo, in quell’immenso territorio che è la vita, dove sta ammassato un gran numero di creature, è raro che riusciate a raggiungere direttamente un obiettivo senza scontrarvi con interessi contrari ai vostri.
A volte è quindi preferibile scegliere la linea curva, vale a dire non presentarsi davanti agli altri dicendo immediatamente: «Eccomi. Mi presento. Ho dei progetti, lasciatemi passare per realizzarli». Prendete piuttosto delle deviazioni, cominciando a passare per luoghi dove non incontrerete ostacoli. E dato che non tutte le occasioni sono ugualmente favorevoli, aspettate anche il momento migliore per passare. Ciò significa che per realizzare tutti i buoni progetti che si hanno, è meglio evitare di imporsi seduta stante, ma è bene, invece, dar prova di acume psicologico, di pazienza e di elasticità. E questo equivale a seguire la linea curva.

(O. M. Aivanhov)

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Del perché fotografo fiori…

Abbiamo perso la nostra essenza più vera, quella che ci riconduce all’ universo e all’ unione col tutto.

Falsi idoli di felicità sempre inseguita attraverso la bulimia del desiderio, un continuo bisogno di riconoscimento attraverso lo specchio degli altri, una solitudine sempre più profonda nella quale ci siamo persi “grazie” alla tecnologia che ci isola e ci astrae dal contatto reale con le cose, la focalizzazione sull’ istante di vita che ci fa perdere il senso del flusso nel quale ci muoviamo.

Un mondo che cosi non va…

Fotografare fiori è riscoprire il grande che sta nel piccolo e viceversa: un dettaglio, una sfumatura possono far diventare un’ umile bordura incolta sul muretto splendida al pari di una sontuosa orchidea. La meraviglia racchiusa in un fiore che esiste e si diffonde nell’ universo indipendentemente dal fiore perché ogni fiore ed ogni goccia che su di esso si posa è un mondo da scoprire. Ogni fiore è uno spettacolo di colori e sono solo i nostri occhi che fanno la differenza, l’ attenzione e la cura con la quale li osserviamo stabilisce la distanza e la nostra estraneità alla Bellezza. Le venature su una foglia sono riverberi di luce che cambiano lungomil corso del sole nel cielo, bisogna solo volerli cogliere per farsi luce e riverbero e venature.

I fiori cambiano e mutano, non sono mai gli stessi. Si arrendono a rilucere sottomle gocce di pioggia che prima li sferzavano per diventare simili a tessuti tempestati di diamanti. Si arrendono alla luce del sole e si lasciano trasformare in trasparenze infinite, in gradazioni e toni di luce. Insomma si lasciano strapazzare dalla violenza degli acquazzoni ed accarezzare dalla dolcezza del sole.

I fiori accettano l’ universo per diventarne parte ed essenza, si lasciano sfiorare dagli insetti che ne disperdono il polline e stropicciare dai passi di storditi viandanti, si lasciano cogliere per la gioia e l’ egoismo di altri senza nulla chiedere.

In fiori scorrono nel tempo adattando se stessi alla vita che cambia. Lo stesso fiore vivrà ogni attimo che gli è destinato come la parte infinitesimale della propria stagione. E ad ogni stagione un fiore.

Ed è meraviglioso percepire ed affondare in questo susseguirsi di istanti sempre diversi ma che scorrono come le note di una melodia.

Sempre uguali ad ogni stagione, ma sempre diversi, in ogni attimo di vita.

Il cambiamento ed il ritorno. Nulla si crea e nulla si distrugge. La morte di un fiore che è la vita di un’ altro. Spontaneamente e senza lotta, senza forza e senza obbligo.

Ci stanno allontanando dalla natura e dai fiori, dalle stagioni e dall’ essenza della diversità per fare di noi atomi di tristezza isolati in un mondo grigio di false password e false identità.

Ecco perché fotografo i fiori.

Canto e difendo la Bellezza per me, in un mondo che qualcuno vuole dipingere brutto per farci prigionieri.

L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più niente da fare al mondo!… La scienza stessa non resisterebbe un minuto senza la bellezza.

(F. Dostoevskij)

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To be Zen

Riporto le istruzioni ricevute per cambiare la mia password
“Attenzione.
La nuova password deve essere lunga minimo 8 caratteri, contenere almeno uno dei seguenti caratteri speciali !?$%&@-_ e deve soddisfare almeno due delle seguenti regole:
contenere un carattere maiuscolo (A-Z), uno minuscolo (a-z), una cifra decimale (0-9).
Inoltre non può contenere più di due caratteri consecutivi della userid, il nome e il cognome dell’ utente e deve essere differente dalle ultime nove utilizzate.
Il sistema verifica la validità della nuova password impostata.”
Ho impiegato mezz’ ora per capire e un’ ora di tentativi per arrivare ad un illogico ed impensabile concatenamento di simboli senza alcuni logica.
E che mai ricorderò.
In post separato “del perché fotografo fiori…”

ilmagodiozblog

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Nessuno stato è costante nella vita

Ciò che è piegato diventa intero. Ciò che è tortuoso diventa diritto. Ciò che è vuoto diventa pieno. Ciò che è consumato diventa nuovo. Colui che possiede poco acquista. Colui che possiede molto è indotto in errore. Perciò il Santo si aggrappa all’ unità e ne fa la misura dell’ Impero. Egli non si esibisce, e perciò risplende. Egli non si afferma, e perciò si manifesta. Egli non si vanta, e perciò riesce. Egli non si gloria, e perciò diventa il capo. Infatti, appunto perché non lotta, non c’è nessuno nell’ Impero che possa lottare contro di lui. L’antico assioma: “Ciò che è piegato diventa intero”, come potrebbe essere una frase vuota? Tutto ritorna a ciò che è veramente intero.

Invece di fare violenti sforzi per raggiungere un determinato fine, bisogna prendere le cose come vengono: se si riesce è un bene; ed è un bene anche se non si riesce: ecco una volta per tutte il corso della Via

(Lao Tsu – Tao Te Ching)

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