Ambasciatore Usa, thank you (per la brutale franchezza)

Thank you very much, Mr. John Phillips. Grazie, signor ambasciatore degli Stati Uniti d’America. Lei ha reso un servizio mica da poco all’interesse dell’Italia, con la seguente, chiara, cristallina, onesta uscita: «La vittoria del No sarebbe un passo indietro per gli investimenti in Italia mentre quello che serve all’Italia è la stabilità e le riforme assicurano la stabilità… Per questo il referendum apre una speranza… Molti ceo (chief executive officer, ndr) delle imprese Usa guardano con grande interesse al referendum. La vittoria del Sì sarebbe una speranza mentre se vincesse il No sarebbe un passo indietro…».

Non che qualcuno da noi non sapesse che il Suo Paese, essendo un Impero e agendo imperialmente, considera i suoi alleati militarmente ed economicamente più deboli, cioè tutti o quasi, delle colonie da trattare a guisa di colonie. Ma c’è chi si bea ancora nell’illusione di un rapporto paritario, fra Stati sovrani che si parlano a tu per tu alla stessa altezza, quanto meno formale. E invece Lei, caro ambasciatore, toglie ogni dubbio anche al più duro di comprendonio, al più ingenuo degli ingenui, al più tontolone dei fessi italioti (noi qui ci si divide fra furbi e fessi, lo sapeva no?). Per Lei, entrare a gamba tesa nel dibattito politico interno dello Stato in cui è ospite, prefigurando un po’ minacciosamente contraccolpi alla sua economia, schierandosi apertamente col governo in carica (che rappresenta sì gli Italiani, ma è stato eletto, pardon nominato, solo da una sua parte) ed esplicitando come più non potrebbe il voto “esterno” del suo governo, tutto questo per Lei é evidentemente pacifico, normale, che problema c’è?

Effettivamente, visto dal suo punto di vista, di nazione dominante nei confronti di un’altra sostanzialmente suddita (siamo talmente pieni di basi Usa, che se mai un giorno dovessimo tradire come facemmo con tutti i nostri alleati in passato, non ci mettereste molto a occuparci di forza e tanti saluti), é fisiologico che la voce ufficiale di Washington interferisca con i nostri affari nazionali. E’ la logica della potenza, che é la vera logica delle relazioni internazionali. Perciò ha fatto bene a straparlare, Mr. Phillips: perché ha mostrato il re nudo.

Il re, nel nostro caso, é la nostra sovranità. Che sarebbe il fondamento della Repubblica (articolo 1 della Costituzione). Sempre che si intenda la sovranità del popolo italiano. Dovrebbe esserci un signore, se non andiamo errati, preposto giusto a difendere la Carta e la dignità nazionale: si dice viva al Quirinale, come titolo abbia quello di Capo dello Stato, e di nome faccia Sergio Mattarella. Che a modo suo ha confermato: «Normale interesse per le nostre vicende politiche, ma decidono gli italiani». Normale, appunto. Che decidano ancora gli italiani, be’, anche su questo ringraziamo la magnanimità di chi regge i fili…

Ma l’aspetto più interessante e ancor più liberatorio della Sua esternazione, signor ambasciatore, sta in quel riferimento ai ceo, agli amministratori delegati delle imprese Usa. Fra di esse, in prima fila a ficcanasare nelle faccende degli Stati, sono le banche, che sono molto più potenti di molti Stati. Nel 2013, un documento di JP Morgan accusava le Costituzioni dell’Europa meridionale approvate dopo il fascismo di essere d’ostacolo «al processo d’integrazione economica» e, sommo delitto, di risentire di una «forte influenza socialista». L’Italia, secondo questi fini analisti certamente disinteressati, «può chiaramenteimpegnarsi in importanti riforme politiche» (corsivo nostro). Come? Modificando «forma di Stato, forma di governo, bicameralismo». Ma tu guarda le coincidenze: proprio quello che sta tentando di fare Renzi (forma di Stato a parte: il ritorno alla Monarchia é troppo pure per lui). Ora, cosa c’è scritto nella relazione che accompagna il disegno di legge referendario? Che la riforma sottoposta a referendum servirà, oltre che ad «adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio», adaffrontare le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale». Non ci stupiamo che gli interessi economici americani tifino sì alla riforma Boschi-Renzi: serve (anche) a loro.
Ringranziandola ancora, mr. Phillips, dell’opera di demistificazione che ha voluto donarci, porgiamo i nostri più cordiali saluti.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=57103

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