Ormai solo un bagno di umiltà ci può salvare

di Francesco Lamendola

Ormai solo un bagno di umiltà ci può salvare

Fonte: Il Corriere delle regioni

 Siamo giunti sull’orlo dell’abisso: la nostra civiltà è sul punto di disgregarsi, e le pulsioni più distruttive del singolo individuo, finora tenute sotto controllo e sapientemente incanalate da un sistema di valori, di credenze, di regole, sono letteralmente esplose in ogni direzione, spargendo ovunque le loro schegge impazzite, i loro frammenti micidiali. L’ego si è sfrenato nella maniera più selvaggia, diabolica: il narcisismo imperversa, il senso di responsabilità si è eclissato, ciascuno spinge e graffia per strappare un brandello di piacere, una illusione di godimento, come i passeggeri impazziti di una nave che stia affondando e che arraffino i gioielli ed i contanti della cassaforte sfondata, azzuffandosi l’un l’altro, quando già le onde lambiscono loro i piedi e la morte ha posato gli occhi su tutti loro.

Si persegue il male per il gusto del male; si gode della crudeltà gratuita: si attira un giovanotto in una trappola, lo si tortura, lo si sevizia per ore ed ore, infine lo si uccide, fra mille tormenti, così, senza una ragione, senza un perché, solamente per vedere che effetto fa, per provare sensazioni nuove e diverse: il tutto con una abbondante innaffiata di droga e di superalcolici. E questa umanità demente, feroce, abbandonata da Dio, senza compassione, incapace di provare pietà, innamorata perversamente di se stessa, incretinita dal consumismo e da una tecnologia futile e barbara – perché produce un imbarbarimento dell’animo e un oscuramento della coscienza; questa umanità spietata e infelice, inconsciamente nemica di se stessa, incurante del futuro, parassitaria delle generazioni che verranno e sulle quali ha già scaricato il proprio peso morto, finanziario ed ecologico, crede di volersi bene, mentre si odia, avendo scambiato il narcisismo, che è amore malato di sé, per il vero amore, frutto di una coscienza adulta, di una vita saggia e capace d’imparare qualcosa dalle proprie esperienze. Intanto i legami familiari si dissolvono, il senso d’identità scompare, il timor di Dio è ignorato, la misericordia per il prossimo è calpestata; le morenti ideologie dell’illuminismo sferrano il colpo di coda, diffondono la cultura dei diritti per tutti, senza merito e senza doveri; impongono la dittatura delle minoranze aggressive; ridicolizzano il bene, la giustizia e l’onestà, irridono il senso del sacro, sbeffeggiano la morale, praticando il relativismo assoluto, l’edonismo integrale, il nichilismo militante, con tutto il loro tristo corollario di aborti, eutanasie, fecondazioni artificiali, matrimoni omosessuali e via infuriando e delirando; stabiliscono l’abolizione dei confini, l’accoglienza per qualsiasi invasore e il suo diritto ad essere accudito, mantenuto, assistito, anche se non si sa chi è, da dove viene, che intenzioni ha; anche se non ama niente della nostra società e vorrebbe sottometterla alle sue leggi e alle sue tradizioni; anche se è venuto con la ferma intenzione di non integrarsi, ma, semmai, di integrare noi al suo modo di vivere, di sentire e di pensare: dalle cose più effimere, come un costume da spiaggia, a quelle più serie, come il modo di adorare Dio e quale sia il Dio da adorare, ovviamente a esclusione del nostro.

Coloro che dovrebbero vegliare su di noi, come cittadini e come credenti, ossia i servitori dello Stato e i servitori di Dio, non solo non fanno il loro dovere, ma aprono, anzi, spalancano le porte a una massa strabocchevole e inarrestabile di stranieri, verso i quali mostrano ogni possibile riguardo e comprensione, perfino se spacciano droga, delinquono, rubano e stuprano, mentre sono ancora in attesa di sapere se verranno accolte le loro richieste di asilo (che tutti loro indistintamente presentano, anche se meno del 10% di essi ne avrebbe realmente diritto); di più: li invitano, li sollecitano a venire, a sbarcare, a passare il confine terrestre; mentre verso i nostri cittadini e i nostri fedeli non hanno che parole severe, di rampogna, di rimprovero, e applicano la legge col massimo rigore, al punto di trattare i terremotati peggio di come trattano questi sconosciuti che si fanno passare per bisognosi, mentre sono le truppe di un esercito che gli sceicchi arabi del petrolio stanno arruolando e spedendo verso l’Europa, al preciso scopo di conquistarla.

Se poi ci domandiamo come sia stato possibile che arrivassimo a questo punto; come sia accaduto che, nel giro d’un paio di generazioni appena, gettassimo al vento e disperdessimo un immenso e secolare patrimonio di valori, di certezze, di identità, di cultura, di bellezza, per il quale eravamo ammirati e invidiati in tutto il mondo (come Italiani e come Europei), senza dubbio dovremmo fare i conti con una gran quantità di fattori; uno fra essi, tuttavia, spicca in modo evidente, e riassume in sé tutti gli altri: la perdita dell’umiltà e il delirio di onnipotenza da parte di una umanità insuperbita, arrogante, che non accetta più lo statuto ontologico creaturale e pretende di farsi il dio di se stessa. E la stessa superbia che ha colpito un po’ tutti, dagli scienziati alle persone comuni, imperversa anche tra le file del clero, aprendo vuoti sempre più spaziosi in mezzo ad esse: perché una vocazione sacerdotale che non contempli la gioia dell’umiltà,  della semplicità, della rinuncia, del sacrificio volontario, dell’offerta di sé a Dio, finisce per non attirare più nessuno. Così si spiegano i seminari vuoti: non perché la regola della vita religiosa sia troppo severa agli occhi del mondo, ma perché non è più abbastanza rigorosa da attirare a sé le anime forti e generose, assetate di spiritualità e pronte a donarsi a Dio e al prossimo.

Tutti questi preti e vescovi progressisti e modernisti, che vengono incontro alle mode e alle tendenze più banali, più corrive, più effimere del mondo secolare, credono di guadagnare popolarità e di conquistare consensi, per il fatto di essere “aperti” e “dialoganti”; in realtà, quello che stanno facendo è solo di rendersi ridicoli agli occhi del mondo, che intimamente li disprezza, e disgustare i loro confratelli che possiedono una salda fede e una sincera vocazione, i quali sono esasperati nel vedere le cose di Dio trascinate sempre più giù, nel fango, per pura demagogia, per bieco calcolo opportunistico. I preti come don Gallo, che andavano a braccetto con i marxisti e i transessuali, potevano anche illudersi di rappresentare il vero spirito del Vangelo, ma la realtà è che essi prendevano, e prendono tuttora, un enorme abbaglio: scambiavano la misericordia di Dio con la licenza, e confondevano l’ascolto amorevole dell’ultimo e del peccatore con la santificazione del vizio e la celebrazione del male. Anche Gesù andava a cercare gli emarginati, i disprezzati (li cercava, peraltro, non solo nelle case dei poveri, ma anche in quelle dei ricchi: nel suo apostolato, non faceva distinzioni di classe, perché guardava solo alle anime bisognose, senza calcolare quanti soldi avessero in tasca); ma non per confermarli nell’errore e nel peccato, bensì per ammonirli, per correggerli, per esortarli a convertirsi e a mutare vita. Nemmeno io ti condanno, donna – disse Gesù all’adultera, che i Giudei volevano lapidare -: va’ e non peccare più. Vi è una differenza enorme, abissale,  fra questo atteggiamento del Cristo, fatto di dolcezza, ma anche di richiamo al bene, e quello dei preti modernisti e progressisti, i quali accettano e, anzi, esaltano tutto ciò che viene dai bassifondi, tutte le pulsioni disordinate, tutte le brame e le furie di questo mondo, magari malamente mascherate sotto il velo della giustizia sociale, dei “diritti” per i deboli e gli oppressi e tante altre mascherate dietro qualche bella formula preconfezionata, di tarda derivazione sessantottina.

Va’ e non peccare più, questo era lo stile pastorale del divino Maestro; e non: Va’ e fai quel che ti pare, va bene tutto, ti è lecito tutto. Come dice san Paolo (nella Prima lettera ai Corinzi, 6, 12): “Tutto mi è lecito”; ma non tutto giova! ”Tutto mi è lecito”; ma io non mi lascerò dominare da nulla! Non è affatto vero che agli ultimi, ai poveri, tutto è concesso, tutto è permesso: questa è una orribile commistione di giacobinismo, marxismo e cattocomunismo, servita oggi in chiave neoradicale, gnostica e massonica. Tutto mi è lecito, dice l’omosessuale che vuole adottare un figlio, affittando l’utero di una donna (quella sì, bisognosa in confronto a lui). E perché dovrebbe essergli lecito? Forse perché, essendo un politico di estrema sinistra, s’è fatto la fama di difensore dei deboli e degli oppressi? Fama usurpata: le sue azioni la smentiscono. Tutto mi è lecito, dice la donna africana che ha sferrato un pugno in faccia al controllore del treno che le chiedeva il biglietto (che lei non aveva): e perché mai? Forse perché si è subito detta vittima del razzismo? Basta dirsi vittime del razzismo per essere esonerati dai doveri degli altri, dei cittadini che pagano le tasse e rispettano le leggi dello Stato? Oppure basta dichiararsi “discriminati” per godere, automaticamente, delle simpatie e della calorosa protezione della Neochiesa, di questa pseudo-chiesa modernista e apostatica, che non ha più nulla di spirituale, nulla di devoto, né di cristiano, ma è diventata una (brutta) appendice delle cooperative rosse, nonché dei sindacati politicizzati di lontana memoria?

La superbia, dunque: e specialmente la superbia intellettuale. La superbia di chi non sa nulla, e pretende di sapere molto; del tecnico che guarda tutti dall’alto in basso, perché sa far funzionare esattamente le macchine, e gli altri no; del politico che sa benissimo di non rappresentare altro che la propria sfrenata ambizione, la propria sete di potere, e tuttavia si impanca a paladino della libertà e della giustizia, e pretende di fare la morale ai comuni cittadini, i quali, loro sì, devono fare i conti ogni giorno con la vita vera, perché non viaggiano sugli aerei riservati e non vivono nelle ville miliardarie, né vanno a curarsi all’estero se si ammalano, né mandano a studiare i figli nelle migliori università straniere, mentre predicano la buona scuola nel nostro Paese e chiedono sacrifici per realizzarla. La superbia del medico che a stento si degna di spiegare al paziente a qual genere di operazione intende sottoporlo; dell’assessore che predica l’accoglienza ai suoi concittadini, ma non ha mai subito un furto in casa, né uno scippo, né uno stupro o un tentativo di stupro, né lui né i suoi familiari, che vivono in una bella casa immersa nel verde e vanno a fare le ferie alle Maldive, mentre i pensionati, le madri di famiglia, i bambini dei quartieri poveri, devono restare in mezzo al degrado, alle prostitute nigeriane e ai travestiti sudamericani, agli spacciatori albanesi e ai marocchini dal coltello facile. La superbia dell’industriale ignorante e cafone, ben diverso da suo padre e da suo nonno, che condividevano con gli operai lavoro e sacrifici, e lottavano come leoni per difendere i posti di lavoro; mentre lui, ora, pensa solo a godersi ciò che altri hanno faticato per creare, pensa solo ai capi firmati e alle vacanze sessuali in qualche paradiso del turismo permissivo, e poi, non appena le cose si mettono male, vende la fabbrica e mette i capitali in banca, tanto ci guadagna di più che a restare in trincea e a pagar le tasse (e in questo ha pure un po’ ragione), e non si fa scrupolo di gettare sulla strada i suoi dipendenti.

Ma, soprattutto, colpisce la superbia dell’intellettuale, dello scrittore, dell’architetto, del regista, del giornalista, del professore, del filosofo e del teologo, tutti figli del disincanto, dei diritti, delle rivendicazioni a senso unico, del permissivismo e dell’egoismo eretto a sistema; e mettiamoci anche quei cattivi preti e quei pessimi vescovi che si gettano anche loro nella turba dei cattivi maestri, che riducono il Catechismo a una barzelletta e la santa Messa, a un teatrino di marionette, a una pagliacciata, a un’arringa populista e neomarxista: tutti cavalieri dell’Apocalisse, seminatori di discordia, di furore, di amarezza, di disperazione; predicatori di vento e di fiele; ipocriti paladini della giustizia e della verità, essi che raramente son capaci d’un minimo di coerenza perfino nella loro vita privata, che tradiscono i colleghi e gli amici, che calunniano i vicini, che invidiano i parenti, che non rispettano i genitori, che disonorano l’abito che indossano o l’istituzione che li nutre; loro che sputano veleno dentro il piatto in cui mangiano, che insultano i loro superiori, che denigrano la loro famiglia, il loro popolo, la loro civiltà, nello stesso tempo in cui esaltano, magnificano e levano alle stelle i meriti, veri o supposti, degli altri, di tutti gli altri, purché siano “altri”, purché siano lontani e sconosciuti, purché abbiamo altri valori e altre leggi, altre culture e alte religioni. Ipocriti, senza dignità e senza onore; parassiti che usurpano le posizioni, le cattedre, i pulpiti che occupano; mercenari, pennivendoli, demagoghi da circo: gente da nulla, miserevoli quaquaraqua, come li avrebbe chiamati lo scrittore Leonardo Sciascia, con sommo disprezzo, nel gergo brutale, ma efficace, della mafia siciliana.

E il guaio è che a codesta gentucola, a codesti parassiti, a codesti cialtroni, abbiamo affidato le leve di comando, il timone della nave, la responsabilità del nostro futuro. Li abbiamo promossi a  nostre guide e nostri difensori, proprio loro, mercenari senza fede, i quali non solo non pensano al bene comune, ma sono pronti e dispostissimi a trasformarsi in lupi, gettando la maschera dei pastori, non appena si presentino le circostanze adatte affinché possano sbranare il gregge, impunemente e persino con i ringraziamenti. Che altro è, infatti, offrire una buonuscita miliardaria a un dirigente di banca che ha provocato il dissesto di quell’istituto, e distrutto i risparmi di migliaia e migliaia di persone? Eppure, da noi, queste son cose normalissime, che non fanno neppur notizia. Alle persone comuni si richiedono sacrifici immani per il risanamento finanziario, ma alla classe dirigente restano solo i profitti e i vantaggi, senza alcun rischio e senza alcun rendiconto del loro (tristo) operato. Esser stati così remissivi ha incoraggiato costoro a montare sempre più in superbia, a farsi sempre più arroganti. Solo un bagno d’umiltà, ormai, ci può salvare; se pure non è già troppo tardi…

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=57180

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14 thoughts on “Ormai solo un bagno di umiltà ci può salvare

  1. Visione in alcuni tratti realistica mentre in altri esageratamente pessimistica, sono quasi certo che cento o duecento anni fa qualcuno avrà scritto un brano simile, perchè semplicemente l’umanità si rigira nelle solite cose, belle o brutte che siano.

      1. Non posso andare oltre le parole, visto che è con le parole che si comunica il messaggio: qualcosa condivido, qualcosa no.
        Buongiorno a te 🙂

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