Siamo tutti piu buoni… anzi no.

Quando è Natale siamo tutti più buoni, per convenzione.

Bene, io non ho voglia di essere più buona anzi ho voglia di dare libero sfogo alla mia parte peggiore, cioè quella che mi fa pizzicare la lingua e dire ciò che invece so dovrei tacere.

Non è cattiveria. E’ solo sana voglia di dire quello che penso correndo il rischio di essere ingabbiata nello stereotipo della “cattiva bambina”.

Oh boh… forse è solo sana voglia di essere monella.

Perché al brindisi aziendale devo baciare e fare gli auguri a “quel” collega che detesto (e neanche tanto cordialmente) per la sua aria supponente di uomo in carriera? Mi irrita il suo abbigliamento che vuole essere compliant ma riesce solo a risultare trascurato perché possiede un “formal dress” e usa solo quello… Gli ho anche affibbiato un soprannome: non è acido ma gli calza perfettamente e ormai per tutti è dunque “Tanaka”, mio vecchio fornitore giapponese che lasciava la giacca sulla sedia per andare a dormire nello sgabuzzino delle scope.

Oppure perché devo sorridere a quella signora che si fa chiamare “architetto” mentre forse non è neppure geometra e che osserva con disprezzo il mio abito optical corto accompagnato da taccazzo nero. Il mio abbigliamento non è conforme? Certo non sono allineata al suo golfino in lana d’ angora color salmone tutto ornato di paillettes intorno allo scollo. Il golfino business-style può solo essere in cachemire e sicuramente privato delle paillettes che sono e rimangono un “accessorio” da serata disco o da cenone di capodanno. Già che c’è potrebbe mettere le piume di struzzo… Per tutti è la “Baiadera“.

Oppure lo pseudo amico che ti manda un whatsapp con scritto “Mi hai chiamato?” e tu gli rispondi “No. Perché, avrei dovuto?” e capisci che è solo una scusa per attaccare bottone. Non è necessario: “Bostik”.

Potrei andare avanti ma mi fermo.

Il brindisi natalizio mi ha messa di cattivo umore perché non sono a mio agio nell’ ipocrisia delle convenzioni.

Cerco di apparire ciò che sono, nel bene e nel male. Eccessi e tatuaggi compresi. E mi faccio una ragione del fatto che anche io avrò qualche soprannome.

Ci convivo serenamente, solo vorrei conoscerli.

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L’anima delle gnocche

“L’Anima delle Gnocche”.

Anima: filos. Principio vitale comune a ogni essere vivente

Gnocca: s.f. volg. Organo genitale femminile // fig. Bella ragazza, sensuale e procace.

Ora, quale la differenza tra “gnocca”, “bella” e “carina”?

Vediamo…

1) “Gnocca” (o bella o… bbbbona) significa che attizza ed eccita parecchio l’uomo, dandogli da pensare di essere solo femmina da scopata e sesso perché molto appariscente, sexy e provocante, con un corpo da urlo e che se la tira perché vuole far perdere la testa al maschio di turno. In genere non viene catalogata come molto intelligente o di carattere.

2) “Bella” (altrimenti definita una Bella Donna) significa che nell’immaginario maschile è esemplare da rispettare perché rappresenta la donna ideale per ogni uomo, colei da amare e con la quale coltivare una relazione seria e a lungo termine. Con un bel fisico ma soprattutto un’indole dolce e rassicurante.

3) “Carina” significa che un uomo non la ritiene una bella donna ma non la cestina neanche come uno sgorbio; ahimè, però non lo attizza per nulla e non è il massimo in fatto di bellezza estetica. Insomma, mediocre: non è malaccio e potrebbe pure essere bella ma è più adatta ad essere una amica o una compagnia di chiacchiere.

L’ Anima delle Gnocche ossia “gnocche d’anima”: sexy nel cervello, bonazze a partire dalle meningi perché il principio vitale lo vogliamo li e non nella taglia del reggiseno o nella chiappa iperpalestrata (… si okay 20 minuti di step ce li facciamo senza battere ciglio e in aggiunta a tutto il resto…).

Ci mettiamo l’ abitino da combattimento, il taccazzo da urlo e l’occhiale scuro anche se fuori piove.

Ci piace essere guardate e vedere negli occhi del maschio “comune” quel vago senso di stordimento che lo prende quando non riesce ad incasellare la preda che gli si para davanti.

Ci piacciono i complimenti ma non ci importa se sono sinceri perché tanto lo sappiamo quanto valiamo: tanto.

Perché il seno cede e la chiappa pure, la pelle si inaridisce e compaiono le rughe.

Ma l’anima e il cervello restano e sono sempre più vivi.

Eravamo quattro amici al bar

Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo (G. Paoli).

No. Noi eravamo cinque amiche al “That’s” ristorante milanese di sola cucina a vapore, sana e detox, e del mondo non ce ne importava nulla questa sera.

Con la linea tutelata  da piatti senza grassi e panettone “veg” abbiamo potuto infischiarcene altamente del mondo, degli uomini che non abbiamo e dell’ ora tarda.

Cinque single eterogenee per età e professione che hanno parlano del loro futuro interrogandosi e ridendo delle proprie aspirazioni attorno a saporiti piatti di fregula e insalate allo zenzero.

E prosecco per ridere a crepapelle e festeggiare i regali che, come bambine, abbiamo scartato dicendo “chebellochebellochebello”, garrule come rondinelle.

In passato avremmo potuto essere essere solo cinque zitelle, perché senza un uomo, mentre questa sera ci sentivamo cinque matte che uscivano da un ristorante all’ una di notte ridendo ed abbracciandosi quasi fossimo studenti all’ ultimo giorno di scuola.

Domani, ops… oggi lavoriamo? Chisseneimporta…

Io dico che da grande voglio fare la blogger perché mi diverto, l’ altra dice faccio la tua publisher, l’ altra tiene le pubbliche relazioni e l’ altra ancora vuole scappare via. L’ ultima, beh… l’ ultima predice il futuro è asserisce che andrà tutto bene.

Certo che andrà tutto bene.

Nel cerchio dell’amicizia ci trasferiamo forza, coraggio, determinazione ed allegria.

Sentimenti coraggiosi e contagiosi che ci rendono meno vulnerabili ai colpi della vita.

Giorno per giorno, sempre ballando.

Impazienza

Sono stanca di parlare di Natale, non vedo l’ ora che arrivi e che passi.

Non vedo l’ora che sia il ventinove dicembre.

Non vedo l’ora di prendere l’auto e di partire per festeggiare, danzando, quest’anno che muore: mi ha tolto il respiro, mi ha prosciugato delle energie per arrivare in fondo ai mesi, alle settimane, ai giorni, alle ore.

Ho voglia di nuovo: un anno nuovo, dodici mesi nuovi, trecentosessantacinque giorni nuovi, ottomilasettecentosessanta ore nuove. Tutto da vivere.

Ho voglia di cose ed esperienze nuove che mi scrollino di dosso la routine che mi blocca i neuroni se non mi sforzo di reagire.

Ho voglia di persone nuove che portino linfa, idee, risate e sorprese.

Ho voglia di possibilità nuove da cercare, da trovare e da non lasciar fuggire ma da afferrare al volo con entrambe le mani.

Ho voglia di nuovi errori da fare e tutti da riparare.

Ho voglia di un amore o di tanti amori (che differenza fa?) intensi da vivere, senza respiro e senza confini.

Tutti a capofitto, senza risparmiarsi, senza pensare.

Solo sentire, solo provare, solo amare.

50 minutes on my morning train

Ieri il mio tablet ha rifatto “puff”: black screen, ecc ecc.

Uffa.

Questa volta non c’è stato reset che tenesse.

Grazie a dio non ho formulato ad alta voce la proposta di matrimonio al tecnico di Mediaworld.

Mi sarei trovata con un marito in più ed un tablet in meno.

Il mio “spirito guida” deve essere dunque ricoverato per essere riconnesso.

Imperativo trovare una soluzione: detto, fatto.

Potere di Euronics,  questa volta.

E questa mattina… grazie Trenord per i miei 50 minuti perché so

no di nuovo padrona di me stessa e madre di una nuova device.

La tempura

Adoro certi uomini.

Profondamente.

Quelli che mi prendono il cervello e me lo “cucinano” come fosse tempura: fritta, calda, croccante e leggera.

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Uomini le cui parole ed i cui pensieri si insinuano nelle mie orecchie per avvolgere le sensazioni nella pastella fluida, lucida omogenea e ghiacciata delle loro voci.

Anestetizzano le mie sinapsi e poi… zac… sbattono le mie emozioni nell’olio bollente del loro essere uomo, individuo,  persona, essere.

E il mio percepito non può quindi che passare al bollore cristallizzandosi in molecole schioccanti.

Sostanza buona, calda, gustosa, saporita e leggera perché la pastella la avvolge e ne esalta il gusto lasciandolo libero di esprimere, grazie alla temperatura dell’olio, il meglio dei propri sapori naturali.

Cracco mi fa un baffo.

C’ eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati poi tutto è finito… tristemente con un whatsapp. Potenza della tecnologia: ricevuto e letto.

Non ci angustiamo se tutto finisce.

Se finisce con un messaggio.

Non ci scapicolliamo giù dalla finestra per questo.

Lo dico e me lo dico.

Perdoniamo.

Noi stesse innanzitutto.

Troviamo la pace e continuiamo a ballare libere&leggere nel mondo.

Perdona gli altri, non perché essi meritano il perdono, ma perché tu meriti la pace (Buddha)

 

Lunedì di dicembre

Lunedì di dicembre.

Ore 07.30.

Stazione ferroviaria.

Sala d’ aspetto piena di studenti infreddoliti, già stanchi, che studiano perché forse non hanno fatto in tempo nel week end. In piedi, seduti, accasciati sul pavimento.

Pendolari come me, abituati al freddo della stazione (per risparmiare Trenord ha tolto i termosifoni, radicale) ed ai ritardi.

Extracomunitari al telefono… a quest’ ora. Forse con parenti… sai il fuso… non lo so.

Che voglia… io sono fusa. Stop.

Una settimana a casa ammalata ha cambiato la mia dimensione: mi sono curata il corpo, l’anima e il cervello.

E ora “sbam…”. Arieccoci.

Dormito niente. Incubi. Alzata presto. Colazione per modo di dire. Buio. Freddo. Pioggia. Voglia di Santo Domingo. Pisciato il peloso e via.

Desperately seeking il parking che, essendo lunedì, non c’è.

In compenso ormai ti schianti contro un imbecille che fa retromarcia senza guardare…

Alla fine lo trovi, il parcheggio. Inculato ma lo trovi.

Il caffè, non posso vivere senza.

E poi ‘sto treno. Pieno zeppo, affollato di gente tutta in fila per cosa? Sopravvivere…

Trenord, fammi un favore personale. Non ti chiedo di migliorare il servizio o aggiungere corse o carrozze, togliere l’aria condizionata d’inverno e il riscaldamento d’estate… No… togli la voce di questa signora che mi ricorda (in italiano ed in inglese perché arriva l’Expo…) tutte le stazioni passate, presenti e future col suo tono monocorde ed elettronico.

E disumano. Le conosciamo a memoria.

Lascia il display, okay…

A volte noi pendolari ci addormentiamo e quindi è utile sapere, quando ti ripigli con un sobbalzo, dove sei e se hai bucato la fermata…

Hai dunque cinquanta minuti per scrivere qualche cosa.

Oppure pensare che tra una settimana sarà il 22 dicembre e tu te ne starai sotto al piumone sperando che nevichi e te ne sbatterai del treno e del controllore.

Si perché quando passa il controllore l’ abbonamento non lo trovi mai… mannaggia…

E poi arriverà gennaio e poi la primavera e poi l’estate con le sue giornate lunghe, calde ed assolate.

E poi arriverà che molli tutto e anziché bloggare da un treno fermo alla stazione di Rovello Porro, blogghi da Santo Domingo in infradito e con la brasiliana.

Ora ho ancora un po’ di tempo per chattare con le mie disperate amiche.

Evvai.

Oltre le gambe c’è di più

Quando si scrive delle donne bisogna intingere la penna nell’arcobaleno e asciugare la pagina con le ali delle farfalle (Denis Diderot).

Certo. Perché “oltre alle gambe c’è di più”. Molto di più.

Non siamo semplici fattrici o aspiranti tali, sculettanti segretarie su tacco 16, madri stanche di essere multitasking ma comunque orgogliose dei nostri figli, mogli depresse e scoglionate oppure innamorate, ex mogli rompicazzo ma che vengono sempre buone per sfogarsi, amanti frustrate o focose (represse vs maiale…), amiche sincere, fidanzate accomodanti.

Non andiamo bene per tutte le stagioni.

E, soprattutto, non abbiamo bisogno di scendere in piazza con i cartelli per rivendicare la nostra libertà e il nostro diritto a pensare, osare, provare, agire come ci sentiamo di fare.

Spesso come dice il nostro cuore.

Noi donne siamo ciò che siamo in virtù dell’ energia e della vita che scorre dentro di noi.

In virtù di forze nascoste e sotterranee, ben lontane dal muscolo e dalla forza esteriore maschile.

La nostra potenza è latente, interna, scorre nel nostro animo anziché nelle fibre dei nostri muscoli.

E’ nel nostro cuore.

E’ nel nostro cervello.

E’ in ciò che ci fa volare alto alla faccia di tutti coloro che ci vorrebbero “solodonne”.

E’ in ciò che non ci fa sentire sottomesse se stiamo in ginocchio a fare un pompino all’uomo che amiamo o anche solo all’uomo che in quel momento ci fa stare bene.

Anzi. Ci piace. Vaffanculo al mondo.

E’ in ciò che non ci fa sentire oggetti se ci fischiano appresso. Ce ne sbattiamo altamente e ci facciamo quattro risate.

La nostra forza è nella consapevolezza che siamo donne e che nessuno ci può ingabbiare.

Manco pure nelle “quote rosa” dei politici che, lungi da qualunque tutela, ci trattano alle stregua dei panda in estinzione.

Okay chiuso lo sfogo.

L’ articolo che svevo scritto era diverso, forse migliore, ma l’ ho perso. Quindi, questo è venuto.

E’ capitato anche al mio amico GG che è molto più bravo, intelligente, smart, colto, figo e skilled di me. Insomma di più.

Anche se è un uomo.

Adesso mi ha insegnato come devo fare per evitarlo la prossima volta. Infatti non l’ ho fatto perché  amo il rischio…

Sono una donna.

Donne, per Natale fatevi regalare “La Profezia della Curandera” di Hernan Huarache Mamami.

E per favore mettete “mi piace”. Pure gli uomini please.